Antonio: testimone del silenzio, della pace, della giustizia
Si rimane sempre meravigliati quando una cosa antica continua a rimanere significativa nel tempo. La devozione a sant’Antonio è certamente una di queste realtà che hanno custodito la loro freschezza e capacità di parlare lungo i secoli. Sant’Antonio ancora ci parla, interroga, attira a sé; e lo fa, per così dire, «a cerchi concentrici»: dal luogo della sua sepoltura in Basilica, alla città di Padova, all’Italia, fino a raggiungere davvero tutti i paesi del mondo. È paradossale! Si fa fatica a capire come mai. Per quanto ai suoi tempi fosse conosciuto, soprattutto nel Padovano; per quanto siano molti i prodigi attribuiti alla sua intercessione, rimane difficile rendere ragione di tutto l’affetto che gli viene dedicato. In fondo, quando si ha a che fare con il Vangelo, c’è sempre qualcosa che sfugge, che va al di là delle logiche umane e dei calcoli. Tante volte occorre proprio accettare come vero e reale anche ciò che è inspiegabile, che sembra senza logica.
Forse rischiamo un po’ troppo di ritenere accettabile soltanto ciò che può essere misurato, che dà risultati efficienti e garanzie. Ma la testimonianza di sant’Antonio sta in piedi perché non si è fatta imprigionare da questa logica del tornaconto. Alcuni esempi?
Sant’Antonio aveva a cuore il silenzio. Sappiamo come il silenzio sia tempo perso; preferiamo l’efficacia della parola urlata, immediata, a volte aggressiva. Ma la parola di Antonio era feconda e trasformava la vita delle persone perché nasceva dal silenzio, dal lungo pensare, dal lungo pregare. Perché non coltivare ancora quest’arte così umanamente paradossale dell’intelligenza che, prima di esprimersi verbalmente, percorre le vie del cuore, del rispetto, della valutazione pacata?
Sant’Antonio aveva a cuore la pace. Per dare vita a ponti di dialogo e di riconciliazione non ha rinunciato a esporsi di persona, rischiando la sua stessa vita. Anche noi vogliamo la pace. Ne parliamo tanto e forse preghiamo per la pace. Ma la coltiviamo concretamente nelle nostre esistenze? O ci lasciamo prendere troppo in fretta dagli stili delle competizioni sfrenate, delle gelosie cieche, della visibilità a tutti i costi? Anche a questo potremmo dedicarci con un po’ di slancio in più: inventarci stili relazionali coraggiosi nel lasciar cadere spiriti di vendetta e smanie arrivistiche. Occorre metterci del nostro. Certo, dovremmo rinunciare un po’ alla nostra immagine, alle nostre ambizioni, ai nostri diritti. Non ne vale forse la pena? Non è questo il paradosso di una comunione a cui si può aspirare a patto che si accetti di perdere qualcosa?
Sant’Antonio aveva a cuore la giustizia. Quanta passione nel prendere le difese di persone povere, fragili, senza voce! A pochi mesi dalla sua morte è riuscito perfino a far cambiare le leggi dello Statuto comunale di Padova, in modo tale che le vittime intrappolate nella spirale dell’usura potessero almeno riavere la libertà. Avrebbe potuto starsene tranquillo, Antonio. In fondo aveva già fatto molto. Era molto stanco e ammalato. E tuttavia non rinuncia a fare ciò che gli era possibile. Altra prospettiva da recuperare, forse. Di fronte alle prevaricazioni e alle ingiustizie siamo inclini a gettare la spugna, a lamentarci; convinti che, tanto, non cambierà mai nulla. Invece no. Rimarremo uomini e donne all’altezza della nostra dignità umana a condizione che sappiamo dare corpo a quest’altro paradosso: laddove tutto sembra andar male saper intuire e percorrere sentieri di vita nuova. Magari riusciremo a gettare solo qualche piccolo seme. Altri vedranno la pianta crescere. Altri ancora coglieranno i frutti. Ma è così, è così la vita umana: rimane vita nella misura in cui sa spingere lo sguardo al futuro, per lasciarlo in eredità a chi verrà dopo di noi come spazio realmente vivibile.
+ Claudio Cipolla, Vescovo di Padova
Fra Antonio Ramina, Rettore Pontificia Basilica di S. Antonio