(Adnkronos) – All’ospedale Sacco di Milano accertamenti in corso su due italiani “con sintomatologia febbrile” rientrati dall’Uganda, Paese in cui al momento sono stati confermati sette casi di Ebola. Si tratta di due cooperanti, entrambi trentenni, appartententi a due diverse famiglie che hanno trascorso tre mesi in una zona al confine con il Congo per prestare aiuto alle popolazioni locali: un uomo di 31 anni residente a Bulgarograsso (Como), con febbre, nausea e vomito, e una donna di 33 anni residente a Lurate Caccivio (Como), che ha manifestato febbre alta, brividi, cefalea, nausea, vomito e stato confusionale.
Mentre si attendono i risultati dei test sui due cooperanti, le persone attualmente in isolamento – a quanto si apprende – oltre ai due pazienti, sono le 5 persone rientrate con loro dall’Uganda e altri 12 familiari.
A spiegare il quadro è stato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso. “Sette cittadini italiani, componenti di due famiglie diverse, sono rientrati dall’Uganda, da una zona che si trova non lontano dal confine con il Congo e il Ruanda. Sono rientrati dopo una permanenza in quei territori di circa 3 mesi”, ha spiegato in conferenza stampa. “Sono dei cooperanti, dei volontari che si sono recati in quei territori per prestare il loro aiuto a favore di popolazioni che sicuramente vivono in condizioni molto più difficili e problematiche delle nostre. Rientrati in Italia, 24 ore fa, due di questi cittadini durante la notte hanno manifestato una sintomatologia di febbre, in un caso molto alta con nausea, vomito, diarrea, e anche una leggera sintomatologia di carattere neurologico. Pensiamo – ha continuat Bertolaso – con i colleghi dell’ospedale Sacco di Milano che probabilmente la causa più possibile”, in uno dei due casi, “sia quella di una malaria, magari anche malaria cerebrale, che è purtroppo una delle condizioni più serie di chi viene colpito da questa malattia”. Questo caso nello specifico riguarda “una ragazza trentenne, madre. La figlia, proprio nel corso della loro permanenza in Uganda, ha sviluppato la malaria. Quindi c’è anche un precedente nel nucleo familiare che ci fa pensare che possa essere questa la causa di una sintomatologia così seria da parte di questa signora”.
L’altro caso, ha proseguito, “riguarda il componente di un’altra famiglia, un uomo di 31 anni, che invece ha una temperatura corporea leggermente superiore” alla norma, “37,5-38 gradi, con sintomi vaghi di problematiche di tipo intestinale che potrebbero essere legati a un fenomeno gastroenterico derivante da un cambio di territorio o quant’altro. Però – ha chiarito l’assessore – poiché provengono da una zona che è interessata in questo momento dall’epidemia di Ebola” da virus Bundibugyo in corso nella Repubblica Democratica del Congo con casi anche in Uganda, “ovviamente è scattato immediatamente quello che è il nostro meccanismo di vigilanza e di sorveglianza”.
Quando sono emerse le due situazioni, ha ripercorso Bertolaso, è stata attivata l’Areu (Agenzia regionale emergenza urgenza) e gli operatori “si sono recati sul posto insieme ai vigili del fuoco per prelevare con due ambulanze diverse e con tutte le misure cautelari del caso queste due persone”, rispettivamente nei comuni “Bulgarograsso, dove c’è uno dei due nuclei familiari” e “Lurate Caccivio”, dove si trova l’altro, “entrambi in provincia di Como”. Destinazione dei pazienti: ospedale Sacco di Milano, dove è stato disposto il ricovero in “due stanze di altissimo isolamento che abbiamo al pronto soccorso infettivologico, inaugurato alcuni mesi fa, in attesa di conoscere i risultati degli esami”, che si prevede arriveranno nel tardo pomeriggio. Il paziente uomo di 31 anni “ha una sintomatologia più lieve rispetto a quella della donna di 33 anni, che invece è più grave, tanto che l’Unità di Rianimazione del Sacco è allertata perché non si può escludere che debba essere ricoverata in terapia intensiva, soprattutto per la problematica cerebrale che sta manifestando. Nell’altro caso la situazione è più tranquilla”.
I due cooperanti si trovavano in Uganda, nella zona di Rwentobo, vicino al confine col Ruanda e il Congo, un’area diversa e un po’ distante rispetto a dove sono stati già registrati casi sospetti di Ebola. “Non sono cooperanti medici, quindi non abbiamo notizia precisa sul tipo di attività che stavano portando avanti – ha riferito l’assessore – Sappiamo che facevano parte di una missione umanitaria con un’associazione di volontariato cattolica”. In genere “in quei Paesi si va per fare o i cooperanti in sanità o i cooperanti in formazione”. “Il resto della famiglia e anche i parenti che sono andati a salutare” i cooperanti al rientro dall’Africa, “o che vivono nelle due abitazioni o in abitazioni limitrofe, al momento sono stati messi sotto isolamento fiduciario. Uno di loro era andato a lavorare stamattina, è stato rintracciato e gli è stato chiesto di tornare a casa e di rimanere insieme ai familiari in attesa di conoscere i risultati degli esami in corso. Se saranno negativi – ha prospettato l’assessore – finirà tutto lì. Se ci dovesse essere un’eventuale positività” dei due pazienti sotto accertamenti, “è chiaro che adotteremo tutte le ulteriori misure previste”. Non è noto se i due cooperanti avessero fatto nello specifico la profilassi antimalarica, ma è stato precisato che “avevano eseguito tutte le vaccinazioni del caso disponibili”.
“È chiaro – ha precisato Bertolaso – che Ebola rappresenta una situazione diversa rispetto a quella che è stata la recente esperienza con l’hantavirus”, il focolaio legato alla nave da crociera Mv Hondius, “e con i contatti” sui voli, due dei quali sono “ancora ospiti qui a Milano in isolamento. Quindi non voglio minimizzare o dire che non abbiamo nessuna preoccupazione e che nulla accadrà. È evidente che, se ci dovesse essere un vero caso di Ebola in circolazione nel nostro Paese, dovremo stare molto attenti. Conosco bene questo virus anche perché sono stato per 3 mesi in Sierra Leone durante quella che fu la devastante epidemia che colpì quel Paese, la Liberia, la Guinea” nel 2014-2016. “Ho visto quelle che sono le conseguenze” di questa infezione, “e so come ci si deve muovere per evitare ulteriori problemi e cercare di contenerla se è il caso. Noi siamo” per questi due pazienti sotto esame “in contatto diretto con il ministro della Salute. Questa mattina ho parlato più volte con il capo del Dipartimento della Prevenzione, Maria Rosaria Campitiello, e con i funzionari che lavorano nella segreteria tecnica del ministro Schillaci. Ma in questo momento noi riteniamo che si tratti di malaria o di qualcosa di simile. Quando avremo la certezza dai risultati degli esami di laboratorio, forniremo ulteriori elementi. Per quello che riguarda la Lombardia, sicuramente queste sono le prime situazioni sospette ascrivibili alla vicenda epidemica in corso. Negli anni passati, parecchie volte ci siamo occupati di questa problematica”.
“Al momento” per i due cooperanti con sintomi rientrati ieri dall’Uganda “non stiamo parlando di casi, ma solo di sospetti e li stiamo verificando. Noi abbiamo avvisato il ministero che si sta attivando anche per” l’eventuale “rintraccio dei voli e quindi per tutti i protocolli di sicurezza aerei”. A spiegarlo è stato Danilo Cereda, direttore Unità operativa Prevenzione della Direzione generale Welfare della Regione Lombardia, durante una conferenza stampa per fornire informazioni relative agli accertamenti infettivologici in corso sui due pazienti.
Gli esami sono già in corso, ha assicurato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, “li conosceremo nel tardo pomeriggio di oggi. Poi, se saranno negativi finirà tutto lì. Se ci dovesse essere in questi due casi un’eventuale positività” a Ebola, “è chiaro che adotteremo tutte quelle che sono le ulteriori misure che sono previste dalla nostra checklist, l’elenco delle iniziative da adottare in presenza di un caso confermato di Ebola. Ma questo lo vedremo nel momento in cui conosceremo i risultati. Per la diagnosi di malaria ci mettiamo per fortuna 10 minuti”, quindi se dovesse trattarsi di questo l’esito si avrebbe davvero rapidamente.
“Se guardiamo alle azioni adottate a livello europeo dai diversi Paesi membri dell’Ue, l’Italia è fra i Paesi più attenti che hanno emanato delle direttive e delle procedure fra le più restrittive – ha tenuto a precisare Bertolaso – Quindi dal punto di vista nazionale il meccanismo di sorveglianza, controllo e vigilanza è attivo e funziona bene e siamo fra quelli in prima linea nel controllare ed intervenire nel caso dovessero esserci situazioni ascrivibili a questa epidemia in corso in Africa”.
Che rischi correrebbero le persone che condividono un volo con eventuali casi? “Per Ebola, il rischio di trasmissione riguarda il contatto con fluidi biologici – ha precisato Cereda – Per questo ci sono dei protocolli adottati nei pazienti sintomatici per la tutela degli operatori rispetto ai fluidi biologici. Da questo punto di vista, ove nel caso fossero positivi, il ministero della Salute è già pronto ad attivare i protocolli aerei per quello che riguarda la sanità aerea. Però non siamo ancora in quella tipologia di situazione. Nel caso, il ministero attiverà tutto il percorso”. Il periodo di incubazione è di “21 giorni”, ha ricordato Bertolaso. “Quindi sappiamo che la persona va monitorata” per questo arco di tempo “dal momento in cui potrebbe essere entrata in contatto con il virus”.
“Non c’è alcun motivo per creare allarmismi” su Ebola. “Conosciamo bene queste situazioni e il nostro sistema sanitario è preparato ad affrontarle. Ho vissuto personalmente l’emergenza in Sierra Leone durante una delle epidemie più gravi mai registrate e sappiamo quanto queste malattie possano essere serie. Allo stesso tempo, è importante chiarire che per arrivare a una diffusione ampia servono condizioni sanitarie, climatiche e sociali che fortunatamente in Italia non esistono”. Lo ha evidenziato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso.
Il ministero della Salute comunica in una nota, “con riferimento all’epidemia di malattia da virus Bundibugyo-Bvc che si è sviluppata nella Repubblica Democratica del Congo, che sono attualmente in corso approfondimenti sanitari relativi ad alcuni soggetti rientrati nelle scorse ore dall’Uganda e sottoposti, a titolo precauzionale, a valutazione clinica specialistica presso strutture ospedaliere ad alta specializzazione. In particolare, due persone con sintomatologia febbrile sono state trasferite presso il Sacco di Milano, struttura dotata dei più elevati livelli di biocontenimento e di gestione delle malattie infettive ad alto rischio, dove saranno eseguiti gli accertamenti diagnostici previsti dai protocolli nazionali e internazionali. Le altre persone appartenenti ai nuclei familiari coinvolti – si legge – sono sottoposte a sorveglianza sanitaria e monitoraggio da parte delle autorità competenti. Il ministero della Salute, attraverso il Dipartimento della Prevenzione, è in contatto con la Regione Lombardia che si è subito attivata”.
“Il ministero monitora costantemente l’evolversi della situazione relativa al virus Ebola in stretto raccordo con le Regioni, l’Istituto superiore di sanità, le strutture ospedaliere di riferimento, le autorità sanitarie nazionali e tutti gli enti coinvolti”, prosegue la nota da Lungotevere Ripa. “Proprio nella giornata di ieri – sottolinea il dicastero – il Dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute ha partecipato alla riunione dell’Hsc–Health Security Committee della Commissione europea e ha organizzato un punto di coordinamento nazionale dedicato alla situazione Ebola, con la partecipazione dei rappresentanti dei ministeri degli Affari esteri, della Difesa e dell’Interno, dell’Unità di crisi, dell’Istituto superiore di sanità, del Consiglio superiore di Sanità, del Coordinamento interregionale prevenzione, dell’Istituto Spallanzani” di Roma, “dell’ospedale Sacco di Milano e del Policlinico San Matteo di Pavia”.
“Il sistema nazionale di preparazione e risposta alle emergenze infettive è pienamente operativo e tutte le procedure previste per la gestione di eventuali casi sospetti risultano attivate”, assicura il ministero della Salute che “continuerà a fornire aggiornamenti ufficiali sulla base dell’evoluzione del quadro epidemiologico e degli esiti diagnostici in corso. Il rischio in Italia resta molto basso”, si conferma nella nota.
L’Uganda ha confermato due nuovi casi, portando a sette il totale da quando l’epidemia è stata rilevata anche in questo Paese dell’Africa orientale, il 15 maggio. “I due nuovi casi confermati – ha informato il ministero della Salute dell’Uganda – sono operatori sanitari ugandesi che lavorano in una struttura privata a Kampala”, la Capitale del Paese. “Entrambi i pazienti sono stati ricoverati nell’unità di trattamento designata”.
Intanto, nella Repubblica Democratica del Congo i casi sospetti di Ebola hanno ormai superato quota 900, secondo l’ultimo aggiornamento diffuso dal ministero della Sanità del Paese. Secondo i dati al 23 maggio, il focolaio da virus Bundibugyo risulta attivo in 3 province: Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. Sul totale di 904 casi sospetti cumulativi, distribuiti in 11 zone sanitarie del Paese attualmente colpite dal virus, quelli finora confermati in laboratorio sono 101. I decessi sospetti secondo il rapporto sono 119. E al momento sono stati identificati 1.817 contatti, anche se il tasso di monitoraggio resta ancora basso (20%).
I numeri delle infezioni sospette sono dunque in crescita, “con l’intensificarsi delle attività di sorveglianza nella risposta all’epidemia”, evidenzia in un post su X il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus che avverte anche delle difficoltà in cui ci si sta muovendo. “Nella provincia di Ituri, epicentro dell’epidemia, quasi 5 milioni di persone vivono in una situazione di conflitto in corso. Oggi, 1 persona su 4 ha bisogno di assistenza umanitaria e 1 su 5 è sfollata internamente. La violenza sta costringendo le persone a fuggire, compresi gli operatori sanitari e umanitari. Ciò sta ostacolando gravemente gli sforzi per intensificare il tracciamento dei contatti e identificare le infezioni in tempo utile per fornire assistenza. L’insicurezza persistente e la paura alimentano inoltre la sfiducia all’interno delle comunità”.
In questo momento, continua il Dg Oms “i partner umanitari e sanitari mantengono una presenza in tutto l’Ituri, anche in alcune delle aree più difficili da raggiungere e più insicure”. E la situazione è complicata anche dal fatto che “le comunità si trovano ad affrontare non solo la minaccia dell’Ebola, ma anche una vasta gamma di malattie”. I partner sul campo stanno supportando l’erogazione di diversi servizi: assistenza sanitaria materna, riproduttiva, neonatale, dell’infanzia e dell’adolescenza – elenca – trattamento della malnutrizione acuta grave con complicanza, servizi di salute mentale, cura delle ferite e supporto per le vittime di violenza sessuale, forniture mediche, vaccinazioni di routine, servizi sanitari comunitari. Fornire un pacchetto completo di servizi è essenziale, non solo per soddisfare i bisogni sanitari urgenti, ma anche per costruire la fiducia che è fondamentale per una risposta efficace ad Ebola”.
(Adnkronos – Salute)
Be the first to comment on "Ebola, a Milano accertamenti su due cooperanti rientrati dall’Uganda: se positivi scatterà il protocollo aerei"