Afghanistan, Emergency: con costi trasporto e medicine, carenza dottoresse a rischio vita mamme e bambini

A cinque anni dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei talebani, le donne in Afghanistan incontrano seri ostacoli nell’accesso alle cure durante gravidanza, parto e periodo postnatale. Costi di trasporto e di farmaci, carenza di personale sanitario femminile, servizi insufficienti e restrizioni ai diritti delle donne compromettono la salute di madri e neonati, mantenendo il tasso di mortalità materna tra i più alti della regione. Questo è il quadro emerso dal rapporto di Emergency intitolato Nascere sicuri, cure affidabili: il report di Emergency sulla maternità in Afghanistan, presentato alla chiusura del Festival dell’ong di Reggio Emilia. Lo studio analizza le barriere all’accesso alle cure attraverso dati raccolti nelle strutture di Emergency, questionari al personale di 32 strutture pubbliche afgane e gruppi di discussione nelle comunità locali.

Nel Paese, dove 21,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14,4 milioni necessitano di cure sanitarie, sono soprattutto donne e bambini a subire le conseguenze della crisi economica e umanitaria. Emergency, presente in Afghanistan dal 1999, opera in particolare con il Centro di maternità di Anabah, nella valle del Panshir, e con cliniche di cure primarie in cinque province, offrendo assistenza gratuita a donne e bambini. Il rapporto segnala che le barriere economiche sono tra le prime cause del mancato accesso alle cure: anche quando i servizi dovrebbero essere gratuiti, molte famiglie devono rivolgersi a strutture private per esami o prestazioni specialistica e sostenere costi elevati. In molte cliniche di base non è disponibile l’ecografia; terapie intensive, banche del sangue e diagnostica avanzata sono concentrate in poche strutture, che risultano sovraffollate. In diversi ospedali gli spazi di degenza sono così ridotti che spesso si trovano più pazienti per letto.

In 17 delle 18 strutture primarie analizzate, le famiglie rinunciano alle cure o arrivano troppo tardi a causa delle spese per medicine e trasporti, spesso proibitive o inesistenti nelle aree più remote. Le ambulanze sono operative solo in circa un terzo delle strutture esaminate; l’assenza di servizi di trasporto adeguati e disponibili 24 ore su 24 obbliga le famiglie a provvedere autonomamente e può risultare fatale. Testimonianze raccolte nelle comunità descrivono viaggi pericolosi verso gli ospedali, con donne trasportate in cesti e su asini, con frequenti esiti mortali. Un’altra barriera rilevante è la scarsità di personale sanitario femminile: tra le 18 strutture primarie al di fuori della rete Emergency, soltanto una dispone di una dottoressa. Le restrizioni all’istruzione e alla specializzazione impediscono la formazione di nuove ginecologhe, costringendo spesso ostetriche a gestire complicanze senza il supporto di specialisti.

Il periodo postnatale emerge come il punto più debole dell’assistenza materna e neonatale. In 25 delle 28 strutture analizzate è diffusa la pratica di dimettere le madri entro sei ore dal parto, ben al di sotto delle raccomandazioni che suggeriscono una permanenza più lunga per il monitoraggio. Nonostante una certa familiarità con le pratiche di base per la cura del neonato, la consapevolezza della comunità sull’importanza dei controlli postnatali è limitata, creando una lacuna critica nelle conoscenze sulla salute post-parto per madri e neonati. Emergency segnala anche un aumento del 45% dei ricoveri in terapia sub-intensiva nel suo Centro di maternità di Anabah negli ultimi cinque anni, a indicare un peggioramento delle condizioni cliniche al momento dell’arrivo in struttura.

Sebbene alcune comunità abbiano osservato un cambiamento intergenerazionale con un maggiore ricorso al parto in strutture sanitarie per motivi di sicurezza, i dati mostrano che l’accesso alle cure prenatali resta tardivo: il 54% delle donne si presenta alle visite solo nel secondo o terzo trimestre e solo l’11% completa le quattro visite raccomandate. Testimonianze raccolte durante la ricerca raccontano la mancanza di consapevolezza sull’importanza delle visite e l’impatto di questa carenza sulla salute, inclusi casi di perdita neonatale. Inoltre, molte persone segnalano una carenza di comunicazione diretta, supporto emotivo e trattamento rispettoso nelle strutture pubbliche, evidenziando come anche l’aspetto relazionale dell’assistenza sia fondamentale per garantire cure dignitose.

Il rapporto conclude che le difficoltà di accesso alle cure materne e neonatali sono il risultato dell’interazione di ostacoli economici, geografici, sociali e culturali che colpiscono in modo particolare le donne. Emergency sottolinea che, anche in contesti umanitari complessi, è possibile ridurre queste barriere attraverso modelli integrati che assicurino continuità assistenziale, rafforzino la rete di assistenza primaria e garantiscano percorsi di riferimento efficaci verso livelli di cura più avanzati. L’organizzazione chiede alla comunità internazionale di non abbandonare l’Afghanistan, di restituire alle donne il diritto allo studio e al lavoro e di investire nella formazione del personale sanitario e nel rafforzamento del sistema sanitario attraverso aiuti a lungo termine. Emergency è presente con il Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul, il Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah (Helmand), il Centro chirurgico, il Centro pediatrico e il Centro di maternità di Anabah (valle del Panshir) e una rete di oltre 30 Posti di primo soccorso (FAP) e Centri sanitari di base (PHC). Il personale delle strutture è composto per il 20% da donne; tra queste ci sono 76 ostetriche e 23 specialiste o specializzande in ginecologia e ostetricia. Dal 1999 Emergency ha curato oltre 8,5 milioni di persone in un Paese di oltre 48 milioni di abitanti, e dal 2003 il Centro di maternità di Anabah ha registrato oltre 100mila nascite.