Roma, 14 ago. (Adnkronos)
Un anno fa Donald Trump ricevette in Alaska Vladimir Putin convinto di poter avviare un negoziato tra Mosca e Kiev e di favorire una soluzione che avrebbe potuto portare alla pace in Ucraina e, secondo alcune sue aspettative, anche a un riconoscimento internazionale. Oggi, secondo l’analisi dell’ex ambasciatore italiano a Kiev Pier Francesco Zazo, quel «spirito di Anchorage» — inteso come una possibile distensione tra Stati Uniti e Russia e un rilancio del dialogo per un accordo di pace — appare svanito. Il vertice di un anno fa sarebbe nato da un errore di valutazione dei due leader: dodici mesi dopo il conflitto continua, ma Kiev è più forte e l’Europa ha svolto un ruolo decisivo nel sostegno finanziario e militare al paese ucraino.
Secondo Zazo quella speranza di un accordo non è mai stata realistica, soprattutto perché le proposte russe implicavano, di fatto, la resa dell’Ucraina: il ritiro da tutto il Donbass, compresi i territori ancora sotto controllo ucraino, e pesanti limiti alle forze armate di Kiev, condizioni inaccettabili per il governo ucraino. Putin avrebbe ritenuto che Trump potesse convincere Zelensky ad accettare una tale intesa, con effetti anche sull’Europa; oggi, sostiene l’ex ambasciatore, quell’errore di calcolo è evidente. Allo stesso tempo Trump avrebbe sottovalutato la capacità di resistenza di Kiev e la volontà europea di opporsi a qualsiasi intesa che favorisse Mosca.
A un anno dall’incontro in Alaska, Zazo, presente a Kiev il 22 febbraio 2022, osserva che l’Ucraina non solo ha mantenuto le posizioni sul fronte, ma è passata anche all’offensiva, colpendo infrastrutture russe e arrivando in alcune operazioni fino alle aree intorno a San Pietroburgo e Mosca. Inoltre, nell’ultimo anno si è registrato un forte sviluppo dell’industria della difesa ucraina, specialmente nei droni e nei missili a medio raggio, tanto che la produzione nazionale è notevolmente aumentata e ora copre oltre la metà del fabbisogno delle forze armate ucraine.
La capacità di resistenza ucraina è stata una sorpresa per Putin e per Trump, sottolinea l’ambasciatore, e un fattore decisivo è stato il ruolo dell’Europa. Consapevole che la sicurezza dell’Ucraina riguarda la stabilità del continente, l’Unione europea si è mostrata sostanzialmente compatta e ha preso in carico un ruolo rilevante di sostegno a Kiev, tanto finanziario quanto politico, anche quando Washington ha sospeso alcuni aiuti finanziari. Nonostante le resistenze di alcuni leader come Viktor Orban, l’UE è diventata il primo donatore verso l’Ucraina, ha approvato un importante prestito di 90 miliardi di euro e ha varato un ventesimo pacchetto di sanzioni, rafforzando in particolare le misure nel settore degli idrocarburi e contro le attività della cosiddetta flotta ombra russa.
Rispetto a un anno fa, osserva Zazo, è cambiata anche la posizione di Trump: attualmente più concentrato sulla crisi con l’Iran, il presidente americano sembra meno affascinato dall’immagine di successo di Putin e più consapevole delle difficoltà militari della Russia. Allo stesso tempo il suo rapporto con Zelensky sarebbe migliorato, riconoscendo che l’Ucraina dispone di margini di manovra. Tuttavia, l’atteggiamento di Trump resta discontinuo: l’episodio relativo alla condivisione dei sistemi Patriot ne è un esempio, e la strategia di fondo sembra orientata a un graduale disimpegno dal conflitto, con un trasferimento a partner europei di una parte dell’onere finanziario.
Sulla situazione interna in Ucraina, dopo le recenti manifestazioni seguite al licenziamento del ministro Michajlo Fedorov — figura vicina all’innovazione tecnologica — Zazo nota che la protesta giovanile sembra al momento rientrata. Secondo l’ex ambasciatore, Zelensky ha mostrato in passato la capacità di riprendersi dopo momenti difficili: è impulsivo nelle decisioni ma disposto a correggerle, attento all’opinione pubblica e sensibile al consenso popolare. Pur avendo compiuto un errore nel caso di Fedorov, non è considerato un leader autoritario; nella pratica politica ucraina è comune spostare gli avversari a incarichi di minor rilievo, e la società ucraina tende a non idolatrare figure personali: in 35 anni di indipendenza si sono succeduti sei presidenti.
Diversa invece la situazione in Russia, dove il presidente Putin mostra segnali di difficoltà a oltre quattro anni dall’inizio della guerra. Il malcontento è evidente, secondo Zazo: attacchi che raggiungono grandi città, code per il carburante, raid su centri logistici e difficoltà di reclutamento indicano crescenti problemi per Mosca nella conduzione del conflitto. L’esclusione del partito anti-guerra Yabloko dalle elezioni di settembre è citata come un campanello d’allarme sulle preoccupazioni del Cremlino riguardo al consenso interno. Tuttavia, il popolo russo è descritto come passivo e fatalista, rendendo incerta la traduzione di questo malcontento in forme di protesta organizzata; molto dipenderà dall’esito del voto. Zazo non esclude che, di fronte allo stallo, Putin possa ricorrere a una nuova mobilitazione, ma avverte che sarebbe una mossa rischiosa, capace di far esplodere il disagio interno. Per convincere la Russia a chiudere il conflitto, conclude l’ex ambasciatore, è necessario continuare a colpire l’economia russa, inasprendo le sanzioni, con particolare attenzione al settore degli idrocarburi.