A un anno dal vertice di Anchorage tra il presidente russo Vladimir Putin e quello americano Donald Trump, Mosca considera quell’incontro un momento importante nei rapporti tra i due Paesi. Pur non avendo risolto le profonde divergenze né cambiato in modo decisivo l’andamento della guerra in Ucraina, il summit ha riaperto un canale di comunicazione diretto fra i leader delle principali potenze nucleari. Lo sottolinea Ivan Timofeev, direttore generale del Russian International Affairs Council (Riac) di Mosca, che invita a valutare Anchorage non solo per risultati immediati ma anche come avvio di una nuova dinamica nelle relazioni russo-americane.
Un anno dopo, Anchorage può ancora essere considerato un successo per la Russia o il suo slancio politico si è esaurito?
Preferisco parlare di un successo reciproco. Dopo anni di forti tensioni, le relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno ricevuto un impulso positivo. Il vertice non ha risolto i principali disaccordi, ma ha dimostrato che è possibile un dialogo costruttivo e pragmatico e ha ristabilito un canale diretto di comunicazione fra i leader.
Quel vertice ha cambiato le aspettative russe su Trump, o Mosca ha capito che il presidente americano non poteva garantire la svolta sperata?
Russia e Stati Uniti hanno cercato di capire quali margini esistessero per limitare i danni della crisi e favorire una soluzione sul conflitto ucraino. Tuttavia la crisi di sicurezza in Europa è molto complessa: un singolo vertice non può essere la “pallottola d’argento” che risolve tutto. Ottenere risultati richiede compromessi e sforzi di entrambe le parti, non solo di Mosca.
Anchorage è stato l’avvio di un negoziato che non ha dato i frutti sperati, o il suo valore è stato semplicemente quello di ripristinare il contatto diretto fra Mosca e Washington?
Negli Stati Uniti il presidente non è l’unico attore della politica estera, e i russi lo sanno bene: non si può affidare un possibile miglioramento dei rapporti alla sola figura del presidente. La comunicazione tra leader è importante, ma non esaustiva.
Non sono convinto che la leadership russa si aspettasse necessariamente una rapida svolta; però il cambiamento di dinamica nelle relazioni rappresentava già un risultato concreto.
Le trattative successive hanno confermato i limiti del processo?
Il ripristino del dialogo è stato un successo per entrambe le parti. I negoziati successivi hanno però mostrato i limiti e i confini entro cui è realistico operare per cercare una soluzione: anche questa esperienza è stata utile e ha creato una base per future iniziative bilaterali.
Un nuovo vertice Putin-Trump potrebbe oggi produrre una svolta, o prima dovrebbero cambiare le condizioni?
I vertici possono dare una spinta politica decisiva, ma non possono creare una svolta se prima non sono stati fatti i necessari “compiti a casa” da entrambe le parti. Bisognerebbe accumulare progressi operativi su temi concreti — relazioni diplomatiche e consolari, stabilità strategica, rapporti economici e la gestione di conflitti regionali, inclusi Medio Oriente e crisi nel Golfo — perché un incontro di vertice abbia reali possibilità di produrre risultati. In sintesi: il summit può accelerare un accordo, ma non sostituire il lavoro tecnico e negoziale preliminare.