Ceuta, crisi migratoria o guerra ibrida? Tutte le domande (e le contraddizioni) aperte

Sul piano tecnico va considerata una crisi migratoria, ma i fatti avvenuti tra giovedì e venerdì scorso a Ceuta sono più complessi di una semplice ondata di arrivi. Lo spostamento contemporaneo di oltre 50 mila persone attraverso una frontiera tra le più controllate del Mediterraneo richiama immagini di grandi sbarchi del passato, ma solleva anche molte domande: chi ha orchestrato o favorito il movimento? Perché le istituzioni sono state colte di sorpresa? Quanto incidono i rapporti bilaterali tra Spagna e Marocco e quali altri interessi geopolitici o politici esterni hanno potuto influire? Le risposte si intrecciano con fattori politici, economici e demografici e descrivono uno scenario che alcuni definiscono vicino a una forma di guerra ibrida.

I due attori principali, i rapporti tra Spagna e Marocco

L’immagine degli arrivi a nuoto pone al centro il rapporto tra Madrid e Rabat. Le prime ipotesi accusano le autorità marocchine di aver omesso o sospeso i controlli alla frontiera, agevolando così il passaggio verso Ceuta, enclave distante dal resto del Marocco. La logistica necessaria per mobilitare migliaia di persone solleva sospetti su possibili complicità o tolleranze da parte delle autorità locali. A rafforzare questa lettura ci sono le recenti tensioni diplomatiche dovute all’avvicinamento della Spagna all’Algeria — avversario storico del Marocco sul tema del Sahara occidentale — e la questione più ampia delle rivendicazioni territoriali marocchine sulle enclavi spagnole, considerate illegittime da Rabat. Secondo questa interpretazione i fatti potrebbero essere stati un avvertimento volto a ribadire costi politici a Madrid per certe scelte.

I dubbi sulla reazione spagnola, perché Sanchez scagiona il Marocco?

La pronta dichiarazione del premier Pedro Sánchez sulla «collaborazione esemplare con il Marocco» solleva interrogativi. Una spiegazione possibile è che la leadership marocchina rimanesse comunque essenziale per mantenere ordine a Ceuta e Melilla, e che Madrid abbia scelto di non esasperare il conflitto diplomatico. Inoltre la struttura del potere in Marocco potrebbe aver reso difficile attribuire in modo netto la responsabilità delle eventuali azioni a un piano deciso a livello governativo centrale. In questo quadro la scelta di minimizzare lo scontro può essere vista come un tentativo di limitare i danni e preservare canali di cooperazione necessari.

Cosa hanno fatto i servizi spagnoli, come è stato possibile non accorgersi di nulla?

Un altro nodo riguarda l’apparente fallimento dell’intelligence spagnola nel prevenire l’esodo. Secondo ricostruzioni giornalistiche, elementi delle autorità marocchine — forse anche membri dei servizi — avrebbero agevolato il flusso, ma non esisterebbe un piano unico e chiaramente organizzato: l’innesco sarebbe avvenuto anche grazie a informazioni fuorvianti diffuse sui social che segnalavano la possibilità di entrare in Spagna senza rimpatrio. A ciò si sono aggiunte interpretazioni della giurisprudenza — come la sentenza del Tribunal Supremo che limita i respingimenti di chi arriva a nuoto — e processi di regolarizzazione che possono aver creato un effetto attrattivo. In sintesi, la crisi sembra derivare da una combinazione di disinformazione online, attività di reti di trafficanti e sottovalutazione delle informazioni disponibili da parte dei servizi spagnoli, mentre Rabat avrebbe potuto sfruttare il contesto per fini politici.

Come e quanto possono essere coinvolti gli Stati Uniti di Donald Trump?

Estendendo lo sguardo, la vicenda si inserisce in un contesto internazionale segnato da tensioni tra Madrid e l’amministrazione Trump. La Spagna è stata critica verso molte posizioni statunitensi — dalla politica su Israele e Gaza all’opposizione a interventi contro l’Iran e al rifiuto di aumentare drasticamente la spesa per la difesa — e Trump ha più volte manifestato contrarietà verso scelte spagnole. Negli scambi diplomatici recenti vi sono state pressioni perché si riconsiderino le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla; al tempo stesso Washington ha rafforzato i legami con Rabat. Alcuni segnali pubblici del presidente americano hanno assunto toni propagandistici che alimentano sospetti di un interesse statunitense nel panorama, ma non costituiscono prova di un coinvolgimento diretto o di un’autorizzazione formale a operazioni mirate contro la Spagna.

Gli interessi che si sommano, la ‘coalizione’ della dinsinformazione

C’è chi interpreta i fatti anche come il risultato di una convergenza di interessi politici e propagandistici: dall’estrema destra europea a circuiti filorussi e a correnti dei repubblicani americani più allineati a Trump. In tale chiave, la crisi di Ceuta sarebbe stata amplificata dall’uso sistematico di disinformazione e fake news, strumenti tipici delle campagne di guerra ibrida per influenzare masse e decisioni politiche.

Le scelte politiche in Europa, il tema immigrazione e il baluardo Shengen

Sul piano politico immediato, gli eventi hanno ripercussioni chiare: indeboliscono il governo Sánchez e la leadership socialista, favorendo il rafforzamento di posizioni più dure sull’immigrazione da parte di Vox e spostando il Partito Popolare verso posizioni più critiche. A livello europeo la crisi ha suscitato reazioni di molti governi, guidate dall’Italia di Giorgia Meloni, e ha portato a una lettera firmata da 22 Paesi (promossa da Italia e Danimarca) che sollecita interventi per garantire la sicurezza dei singoli Stati membri e rimettere in discussione alcuni aspetti dell’area Schengen. Solo Francia, Portogallo, Lussemburgo, Irlanda (in qualità di presidente di turno dell’Ue) e la stessa Spagna non hanno firmato la prima missiva inviata agli organi comunitari. La gravità della situazione ha reso necessaria la convocazione urgente di un vertice dei ministri degli Interni dei 27 Stati membri. (Di Fabio Insenga)

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