«L’Iran vuole disperatamente un accordo», ripete Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno però sospeso i raid dopo quasi due settimane di attacchi, con l’intento dichiarato di riaprire un canale di dialogo con Teheran. Il presidente avverte che, se non si troverà un accordo, gli attacchi riprenderanno «più duri», ma i vertici iraniani non sembrano affrettarsi: appaiono a loro agio in uno stallo, convinti di potersi adattare meglio alla situazione e consapevoli che Trump, tra circa quattro mesi, dovrà affrontare le elezioni di midterm.
Secondo il New York Times, il quadro reale contrasta con i frequenti annunci del presidente. Trump ha ribadito la sua posizione anche dopo aver incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Dopo la sospensione delle operazioni statunitensi, l’Iran ha adottato un atteggiamento più prudente: non sono state registrate azioni nello Stretto di Hormuz, di fatto sostanzialmente bloccato. Per Teheran la priorità resta ottenere il riconoscimento del suo controllo sullo Stretto, richiesta che Washington finora rifiuta.
I diplomatici iraniani non hanno manifestato pubblicamente una volontà di compromesso. «Al momento non abbiamo negoziati in corso con gli Stati Uniti», ha dichiarato nelle scorse ore il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, precisando che «la situazione attuale non può essere definita un cessate il fuoco» e contestando così la lettura offerta dalla Casa Bianca.
Analisti citati dal New York Times osservano che i leader iraniani ritengono il tempo un fattore a loro favore, capaci di sopportare le pressioni meglio dell’amministrazione americana e sperando che alla fine Washington accetti un accordo che soddisfi le loro richieste senza concedere troppo. Gregory Brew, analista senior per l’Iran all’Eurasia Group, avverte però che l’Iran potrebbe spingersi troppo oltre e pagare un prezzo elevato.
Secondo Brew, per l’amministrazione statunitense è più probabile l’escalation che l’accettazione di un accordo che consegni all’Iran il controllo dello Stretto di Hormuz, e non è realistico aspettarsi che altri Paesi paghino pedaggi per il transito delle navi. Resta comunque aperta la possibilità di un alleggerimento delle tensioni se l’Iran accettasse un compromesso sul futuro dello Stretto; in caso contrario, osserva l’analista, è probabile che gli Stati Uniti ricorrano di nuovo ai raid aerei per cercare di costringere Teheran a rinunciare, mettendo ulteriormente sotto pressione l’economia iraniana e le sue capacità militari residue.
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio scorso con azioni coordinate degli Stati Uniti e di Israele, entra ora nel suo sesto mese, nonostante i ripetuti annunci di avvicinamento a un accordo. Dopo quasi due settimane di raid rinnovati, il presidente americano è riuscito per il momento a evitare una grave escalation, ma le questioni principali restano irrisolte. Le perdite sono significative: secondo i resoconti, circa 1.700 civili iraniani sono morti nei raid aerei che hanno danneggiato infrastrutture e aggravato la crisi economica del Paese; 18 militari statunitensi hanno perso la vita; il Pentagono stima il costo della guerra in circa 37,5 miliardi di dollari.
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