Secondo l’analista militare americano Micael Kofman, intervenuto a una conferenza del Carnegie Endowment for International Peace, la Russia potrebbe sentirsi in grado di attaccare un Paese della NATO già cinque-sette anni dopo la fine della guerra in Ucraina. Kofman ritiene che uno scenario di attacco su vasta scala sia più rilevante rispetto a un’azione limitata, anche se molto dipenderà dall’esito del conflitto attuale e dalla configurazione della linea di contatto che dovesse risultare congelata. Queste osservazioni riprendono le conclusioni del recente paper su Foreign Affairs intitolato “The Next Russia Threat. Moscow’s Military Power After Ukraine”.
Pur non avendo probabilmente risorse economiche e demografiche per mantenere a lungo l’attuale dimensione delle forze (circa 1,3 milioni di soldati), la Russia difficilmente tornerà ai livelli prebellici di circa 850.000 unità. Durante la guerra diverse capacità, in particolare quelle d’assalto, si sono deteriorate, ma altre competenze sono migliorate: maggiore precisione negli attacchi, miglior supporto d’artiglieria e una significativa capacità di produzione di droni, fino a 100.000 all’anno.
Le spese per la difesa, oggi pari a circa il 40% del bilancio statale e all’8-10% del PIL, sono giudicate «insostenibili» da Kofman e dalle autorità economiche russe. Kofman osserva però che, contrariamente a quanto si dice a volte, solo le spese militari non portarono al collasso dell’Unione Sovietica. Pur dovendo ridurre la spesa complessiva, Mosca probabilmente manterrà investimenti in settori considerati prioritari: forze strategiche e substrategiche, difesa aerea e missilistica, dimensioni delle forze terrestri e capacità di fuoco a lungo raggio. Ciò che invece perderà più probabilmente valore sarà la prontezza complessiva: dopo la guerra le forze potrebbero presentarsi come un insieme eterogeneo, con parti modernizzate e altre obsolete, problema evidenziato anche dall’addestramento mostrato in Ucraina.
La minaccia nucleare è stata centrale nel corso del conflitto: il rischio di ricorrere ad armi nucleari tattiche emerse con forza tra settembre e ottobre 2022, dopo alcune riconquiste territoriali da parte delle forze ucraine. In Russia si è svolto un dibattito significativo sulle condizioni d’uso delle armi nucleari tattiche, discussione che ha lasciato tracce durature. A questo si aggiunge il venir meno del tradizionale regime di controllo degli armamenti, con la fine del trattato New START, elemento che ha spinto Paesi come il Regno Unito — che destinano al settore nucleare una quota rilevante del bilancio della difesa — a rivedere le proprie dotazioni non strategiche o substrategiche.
Infine, un fattore chiave nello sforzo bellico russo è stato il sostegno della Cina: Pechino ha fornito componenti e precursori essenziali e ha contribuito a sostenere l’economia russa. Questo rapporto di cooperazione è probabile che continui, dato che la Cina sembra focalizzata più sulla regione del Pacifico e sulle tensioni con gli Stati Uniti che su un confronto con la Russia, permettendo così a Mosca di poter contare su un alleato orientale scomodo ma utile.