From plots to kill Mussolini to threats against Trump

Nel libro di Bruno Manfellotto, Voglio uccidere Mussolini, appena pubblicato da Laterza, la narrazione non si concentra principalmente sugli attentati in se, ma sulle persone che li hanno compiuti. Non e la storia di complotti riusciti – perche tali complotti non ci sono – ma una serie di ritratti molto diversi tra loro, uniti da gesti estremi che pero non sono riusciti a modificare davvero il corso degli eventi.

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Alla luce degli episodi accaduti lo scorso fine settimana, il libro assume una rilevanza ancora maggiore.

Anche negli attentati contro Donald Trump, infatti, non emerge una regia unitaria o una strategia organizzata: si profila piuttosto una serie di individui, spesso isolati, ciascuno con un proprio percorso personale che sfocia nella violenza politica.

Gli attentatori di Mussolini: solitari, contraddittori, spesso tragici

Manfellotto, giornalista con lunga esperienza e gia direttore dell’Espresso, costruisce il suo racconto come una sorta di “commedia umana”, popolata da figure molto diverse per temperamento, orientamento politico e origine sociale. Non esiste un profilo unico: e la frammentazione a colpire il lettore.

Tito Zaniboni e il primo caso esaminato: deputato socialista ed ex interventista, non un marginale ma un uomo inserito nel sistema politico. Nel 1925 affitta una stanza davanti a Palazzo Chigi, prepara un fucile telescopico e attende Mussolini sul balcone. Viene pero arrestato prima che possa sparare, tradito da una soffiata. Il libro lo tratteggia come una figura ambigua: non un fanatico, ma un uomo deluso che dalla politica passa alla scorciatoia della violenza.

Violet Gibson e un caso atipico: aristocratica irlandese, spara a Mussolini nel 1926 ferendolo lievemente al naso. Sopravvive ma viene internata in manicomio. Manfellotto sottolinea come il regime abbia interesse a rappresentarla come “pazza” per sminuire il significato politico del gesto.

Gino Lucetti e forse l’esempio piu “classico”: anarchico, reduce da scontri politici, rientra in Italia con un’identita falsa e organizza da solo l’attentato, lanciando una bomba contro la macchina del Duce che pero non lo uccide. E il prototipo dell’attentatore isolato: senza reti solide, senza un’organizzazione reale, con una decisione personale portata fino in fondo.

Anteo Zamboni, quindicenne, resta il caso piu oscuro: dopo un presunto attentato a Bologna viene linciato sul posto. Ancora oggi non e chiaro se fosse davvero l’esecutore o una vittima usata per fare scena. Nella ricostruzione di Manfellotto la sua vicenda diventa simbolo della manipolazione: non solo l’atto, ma anche la sua narrazione sono controllati dal potere.

Ci sono poi altri nomi – Michele Schirru, Angelo Sbardellotto e progetti rimasti sulla carta o bloccati prima di concretizzarsi. Alcuni vengono giustiziati senza garanzie processuali: come osserva l’autore, nel secondo decennio fascista il clima si fa piu duro e il regime costruisce e impone le proprie verita, diventando via via piu cinico e spietato. Il libro insiste su questo punto: non si punisce solo l’atto, ma anche l’intenzione.

Il filo che lega queste storie e la solitudine. Manfellotto parla di “deboli alleanze” e della condizione di isolamento in cui sono lasciati questi individui. Non fanno parte di un disegno strategico: sono schegge isolate.

Gli attentatori di Trump: individui, non organizzazioni

Anche negli episodi americani emerge una struttura sorprendentemente simile, seppure inserita in un contesto profondamente diverso.

Nel tentato attentato avvenuto a Butler, Pennsylvania (luglio 2024), quando Trump era ancora candidato, un proiettile sparato da Thomas Crooks ha ferito l’orecchio del leader senza ucciderlo. L’Fbi ha parlato di azione individuale, senza evidenze immediate di una rete organizzata, e ha fornito poche informazioni sullo “sniper”, alimentando teorie del complotto.

Nell’incursione al suo golf club in Florida, poco dopo, Ryan Wesley Routh e stato identificato, processato e condannato: anche qui le autorita hanno ricostruito un percorso personale e isolato, non il lavoro di una cellula. E nell’episodio piu recente alla cena dei corrispondenti emerge ancora la figura di una persona che agisce al di fuori di legami organizzati.

Cole Allen, 31 anni, arrestato per l’attacco alla White House Correspondents’ Dinner, e profilo significativo proprio per la sua apparente normalita: laureato al California Institute of Technology e con un master in informatica conseguito alla California State University, lavorava come insegnante in una societa privata di tutoring ed era descritto come riservato e brillante. Secondo gli investigatori avrebbe agito da solo: nei suoi scritti si definiva “Friendly Federal Assassin”, indicava esponenti dell’amministrazione Trump come obiettivi e aveva messo a punto una gerarchia di bersagli, giustificandosi con motivazioni morali e religiose.

E un profilo che colpisce per la sua normalita apparente: nessuna rete strutturata, nessuna militanza evidente, ma una decisione individuale maturata fino all’atto, che richiama, pur in un contesto molto diverso, le traiettorie descritte da Manfellotto.

Come nel libro, non si tratta di “cospiratori” organizzati in senso classico, ma di persone che prendono una decisione personale. Sono percorsi di radicalizzazione spesso opachi, difficili da ricondurre a una strategia politica coerente.

L’attentato come arma politica (anche per il bersaglio)

Nel caso di Mussolini il regime sfrutta gli attentati: li trasforma in strumenti di legittimazione e repressione, e in alcuni casi li manipola per consolidare il proprio potere.

Nel caso di Trump ci troviamo in una democrazia, ma il fenomeno resta significativo e si manifesta soprattutto sul piano narrativo.

Da anni Trump costruisce una narrazione di accerchiamento e gli attentati alimentano quella rappresentazione. Non sono il frutto di un sistema chiuso, ma diventano materiale politico in un sistema aperto: immagini come quella di Trump con l’orecchio insanguinato, immortalato mentre alza il pugno, sono state usate come simboli della sua leadership e hanno rafforzato, presso i suoi sostenitori, la percezione di legittimita e necessita del loro leader.

Non il gesto, ma gli uomini

Il libro di Manfellotto sposta l’attenzione dal gesto all’individuo. Non parla di eroi, martiri o strateghi, ma di persone spesso sole, con motivazioni intense e mezzi limitati, che scelgono la violenza come scorciatoia. E quasi sempre non ottengono nulla se non venire assorbiti da una storia piu grande che – paradossalmente – finisce per rafforzare chi volevano colpire.