Gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni per individuare e deportare migranti irregolari, estendendo le azioni non solo ai controlli di frontiera ma anche agli aeroporti e, in alcuni casi, all’interno dei tribunali dell’immigrazione. La crisi dei migranti a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, ha riportato il tema dell’immigrazione in primo piano nell’agenda della Casa Bianca, con il presidente Donald Trump che ha criticato la gestione europea della situazione.
Trump ha descritto la situazione come una forma di “invasione” e ha affermato che gli Stati Uniti non avrebbero registrato arrivi dall’inizio della sua presidenza grazie alle misure adottate. I dati mostrano però un quadro più sfumato: nel 2025 gli incontri lungo il confine con il Messico sono stati circa 237.538, rispetto a 1,5 milioni nell’anno fiscale 2024; nel 2026 gli attraversamenti sono ulteriormente calati, spesso al di sotto dei 10.000 al mese. A luglio la U.S. Border Patrol ha registrato una media di 148 fermi al giorno lungo il confine sud-occidentale, pari a circa 4.600 incontri nel mese, livelli inferiori anche rispetto a maggio e giugno 2026.
Homero Lopez, ex giudice dell’immigrazione sotto l’amministrazione Biden-Harris, ha chiarito che l’affermazione di “arrivi zero” si riferisce in realtà a un periodo senza rilasci sul territorio nazionale. Secondo Lopez, la Cbp e il Dipartimento per la Sicurezza Interna hanno indicato che si sono verificati 14 mesi consecutivi senza rilasci: ciò deriva da una politica più rigorosa che ha messo fine alla pratica del “catch and release”. I migranti intercettati vengono ora trattenuti e, ove possibile, rimossi rapidamente, per cui il numero di rilasci in patria può risultare pari a zero anche se i tentativi di attraversamento non sono nulli.
Parallelamente ai controlli di frontiera, l’amministrazione ha ampliato l’applicazione delle norme migratorie cercando di identificare e rimpatriare il maggior numero possibile di persone senza status regolare. L’azione si è spostata verso gli aeroporti, dove agenti federali cercano persone in “overstay” — chi ha superato la durata del proprio visto — direttamente ai banchi del check-in, ai gate o appena dopo lo sbarco. Tra i soggetti presi di mira ci sono professionisti, partecipanti a programmi au pair e coniugi di cittadini statunitensi.
Molti di questi interessati non sono irregolari nel senso tradizionale: lavorano con permessi in corso di rinnovo o attendono l’emissione della green card. Finora tali situazioni erano spesso tollerate a meno di precedenti penali, ma la tolleranza è ora pressoché azzerata. Le operazioni sono già attive in almeno 15 aeroporti nazionali, con squadre dell’ICE in abiti civili che effettuano arresti nei pressi dell’imbarco o subito dopo lo sbarco, talvolta suscitando reazioni e riprese da parte dei passeggeri.
La svolta è favorita dalla cooperazione tra ICE e TSA, avviata nel maggio 2025, che incrocia dati di volo con elenchi di persone espellibili. In precedenza la TSA era stata tenuta fuori dalle attività di contrasto migratorio per evitare disagi al traffico aereo interno; quella barriera è caduta. Con il nuovo segretario per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, che ha chiesto di mantenere alta la pressione, e con il coordinamento di Tom Homan sulla politica migratoria, l’amministrazione ha fissato l’obiettivo operativo di 2.000 arresti al giorno. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha dichiarato che l’intento è impedire a chi non ha un titolo valido di prendere voli interni negli Stati Uniti, salvo il rientro nel Paese d’origine.
Avvocati specializzati in diritto dell’immigrazione definiscono la strategia una svolta significativa e raccomandano a chi è in attesa di regolarizzazione o cambio di status di evitare i voli interni. I numeri evidenziano l’intensità dell’azione: a giugno sono stati registrati oltre 43.000 arresti per violazioni legate a viaggio e soggiorno, il dato mensile più alto dall’inizio del secondo mandato di Trump, e la popolazione carceraria per motivi migratori ha superato le 65.000 unità a metà luglio. L’ICE ha inoltre difeso davanti ai tribunali gli interventi effettuati all’interno delle sedi dei tribunali dell’immigrazione di New York, sostenendo che quelle strutture siano luoghi sicuri per eseguire i provvedimenti di fermo. Per l’amministrazione, dunque, nessuno spazio pubblico sembra più considerato neutrale. (di Iacopo Luzi)