Afghanistan, Zahra Joya: “Per noi donne è una prigione a cielo aperto, serve guerra civile tutta al femminile”

«Per le donne l’Afghanistan è oggi come una prigione a cielo aperto e la comunità internazionale dovrebbe fare molto di più per aiutarci a uscire da questa condizione di sottomissione imposta dal regime talebano». A parlare con Adnkronos è Zahra Joya, giornalista afghana in esilio che vive a Londra. Nota per il suo lavoro di denuncia e per la difesa della libertà di stampa, nel 2022 è stata inserita dalla rivista Time tra le 100 donne più influenti al mondo e ha ricevuto il Goalkeepers Changemaker Award dalla Bill & Melinda Gates Foundation.

Autrice dell’autobiografia The Vanishing Girl of Kabul, Joya ricorda l’infanzia sotto il primo regime talebano negli anni ’90: da bambina si travestiva da maschio, si faceva chiamare Mohammed e percorreva chilometri a piedi per raggiungere una scuola che allora era vietata alle ragazze. Nonostante il sostegno della famiglia, nel 2021, dopo il ritorno al potere dei talebani e le minacce di morte, è stata costretta a lasciare l’Afghanistan e ha trovato protezione nel Regno Unito.

Da Londra dirige Rukhshana Media, l’agenzia da lei fondata che pubblica e coordina in segreto i reportage di una rete di giornaliste rimaste in Afghanistan e operanti a rischio della vita. Secondo Joya, dal ritorno al potere i talebani hanno emanato oltre 400 decreti, più di cento dei quali colpiscono direttamente le donne. Di fatto le donne sono state escluse dallo spazio pubblico: l’accesso alle scuole secondarie e alle università è proibito, sono vietati parchi e palestre, e ogni spostamento richiede la presenza di un guardiano maschio, il mahram.

Joya definisce questa struttura repressiva un «apartheid di genere», un sistema studiato per creare una nuova ondata di analfabetismo e cancellare diritti fondamentali. La situazione afghana richiama anche le mobilitazioni per i diritti delle donne in paesi vicini, in particolare il movimento «Jin, Jiyan, Azadì» (donna, vita, libertà) esploso in Iran nel settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane curda arrestata e uccisa dalla polizia morale.

Pur riconoscendo legami geografici e politici tra le due lotte, Joya sottolinea una netta differenza: «In Iran le donne subiscono restrizioni, ma hanno ancora accesso all’istruzione superiore e costituiscono oltre il 60% degli iscritti universitari. In Afghanistan c’è invece una segregazione assoluta, senza paragoni neppure con paesi dalle tradizioni conservatrici come l’Arabia Saudita. Stavamo costruendo una generazione di donne istruite che ora è stata perduta. I talebani hanno usato la legge come arma contro di noi; oggi, secondo me, l’unica via possibile è una resistenza tutta al femminile».

Per Joya il ruolo della comunità internazionale è cruciale: «Governi e opinione pubblica devono smettere di giustificare le violazioni dei diritti umani come semplicemente “cultura afghana”. L’estremismo non rappresenta la cultura del popolo afghano, che nella maggioranza desidera democrazia e parità. La risposta deve includere il rifiuto di normalizzare rapporti diplomatici con i talebani e l’applicazione del diritto internazionale, portando i vertici del regime davanti a tribunali competenti per rispondere delle loro azioni. Voltare le spalle alle donne afghane significa rinunciare ai valori fondamentali condivisi dalla società civile globale».

(di Alessandro Allocca)