Il funerale dell’Occidente può attendere: il libro di Paolo Messa contro il declinismo

In Occidente esiste un genere ricorrente: predire o proclamare la sua fine. Cambiano le periodi storici e i motivi indicati — dalla diagnosi di Spengler agli shock petroliferi, dalla competizione giapponese alla crisi finanziaria del 2008, fino alle preoccupazioni attuali su Cina, polarizzazione, debito, invecchiamento e conflitti — ma l’annuncio di un tramonto si ripresenta regolarmente. Ogni volta il giudizio sembra definitivo, eppure l’Occidente sopravvive, anche se trasformato.

Da questo paradosso parte Paolo Messa nel suo libro L’Occidente è vivo. W l’Occidente., pubblicato da Rubbettino. L’autore non nega le problematiche reali delle società occidentali, ma contesta l’interpretazione del momento di difficoltà come destino irreversibile: il declinismo, sostiene, è diventato più che una diagnosi, è un linguaggio che orienta automaticamente la nostra lettura del mondo.

Messa tenta di correggere un’illusione percettiva: le democrazie sembrano più fragili rispetto agli autoritarismi proprio perché mostrano apertamente le loro fragilità.

La democrazia discute, denuncia e mette in vista i propri limiti: indagini, inchieste, proteste e opposizioni trasformano crepe e fallimenti in notizia pubblica. L’autoritarismo, al contrario, nasconde i problemi e mostra il lato più solido del proprio apparato. Per Messa, quindi, “l’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo”.

Un regime autocratico può apparire estremamente efficiente in certi momenti, capace di decidere e realizzare rapidamente progetti pubblici o industriali. Il punto critico è la gestione dell’errore: nelle democrazie gli errori tendono a generare informazione, opposizione, cambiamenti legislativi ed elettorali; nei sistemi chiusi gli stessi errori possono essere protetti e perpetuati dalla struttura del potere. Il “rumore” democratico non è necessariamente il segnale di una macchina che si rompe, ma spesso quello di una macchina che si corregge in funzione.

Viene in mente On Freedom di Timothy Snyder (2024), che osserva come la libertà richieda la capacità di riconoscere di aver sbagliato (“Freedom involves recognizing that you’re wrong”). Il vantaggio del modello aperto non sta nell’essere esente dall’errore, ma nell’avere istituzioni che lo identificano, lo contestano e lo correggono.

La forza dell’Occidente non è soltanto il Pil

Messa invita a spostare l’attenzione dall’ossessione per una singola grandezza: la quota del Pil mondiale.

Quella quota è senz’altro diminuita rispetto ai secoli passati, dato l’ingresso di miliardi di persone nell’economia globale e l’ascesa di Cina, India e altri Paesi. Ma prendere questa diminuzione come prova di un declino assoluto significa osservare il XXI secolo con categorie antiquate.

Occorre considerare dove si concentrano università, ricerca, brevetti, capitali, innovazione e imprese globali; dove scelgono di studiare e lavorare studenti, ricercatori e imprenditori; quali sistemi culturali continuano a produrre linguaggi, tendenze, musica, serie televisive e modelli di consumo. Per Messa, l’Occidente resta una civiltà attraente: flussi migratori e di talenti, in misura complessiva, continuano a favorire società aperte piuttosto che grandi sistemi autoritari.

Silicon Valley, Berlino, Milano, Netflix, il dollaro, il design italiano, la ricerca biomedica statunitense e le università britanniche sono parti di un ecosistema che funziona grazie alla libera circolazione di persone, idee e capitali. La libertà, oltre che un valore, è anche una tecnologia sociale che produce risultati concreti.

La guerra delle narrazioni

La questione geopolitica emerge quando ci si chiede perché la percezione dell’Occidente sia così negativa, nonostante la sua forza materiale e culturale. La spiegazione non è che tutto il declinismo nasca esclusivamente dalla propaganda di Mosca o Pechino, ma che questo pessimismo offre a tali potenze un materiale narrativo di grande valore da sfruttare.

Messa richiama il rapporto 2024 del National Endowment for Democracy citando Joseph Siegle: Russia e Cina non devono per forza dimostrare che l’autoritarismo è superiore; è sufficiente convincere che la democrazia è ipocrita, inefficiente, caotica e incapace di mantenere promesse. La strategia è asimmetrica: non si tratta di battere l’avversario sul piano della reputazione, bensì di ridurne il vantaggio reputazionale.

Nonostante iniziative come i Brics o la Shanghai Cooperation Organization, non esiste una nuova Internazionale autoritaria fondata su un’ideologia coerente. Ciò che unisce questi regimi sono interessi pratici, tecniche di sopravvivenza politica, opacità finanziaria e strumenti propagandistici, oltre all’utilità reciproca di indebolire società democratiche concorrenti.

Messa porta il ragionamento oltre: il pessimismo occidentale diventa una materia prima geopolitica. Le contraddizioni delle democrazie vengono estratte dal contesto e riassemblate come prova che “l’Occidente non funziona”. Un’inchiesta che scopre corruzione diventa la prova che tutto è corrotto; una protesta viene ritratta come caos generalizzato; un’elezione contestata diventa segno di collasso istituzionale.

La risposta non può essere la censura della critica: quello sarebbe confermare il racconto degli avversari. È invece necessario distinguere tra autocritica utile e autoflagellazione, tra informazione e manipolazione, tra un pessimismo ragionato e un fatalismo che demoralizza.

L’Occidente e gli “Stati Cerniera”

Paesi come India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e Turchia — e in generale molte nazioni che non intendono scegliere stabilmente tra un “Occidente” e un blocco alternativo — rappresentano una sfida e un’opportunità. Uno degli errori dell’Occidente è stato credere che modernizzazione, commercio e crescita avrebbero automaticamente generato convergenza politica: non è avvenuto.

Piuttosto che ricondurre il mondo a una nuova Guerra fredda, l’Occidente dovrebbe competere offrendo infrastrutture, investimenti, tecnologia, sicurezza e partenariati paritari. Da qui l’importanza di iniziative e accordi concreti — citati dall’autore come Imec, intese nel Golfo, il Piano Mattei — per costruire reti che non richiedano adesioni ideologiche preventive.

La vera prova della vitalità occidentale non sarà convincere le capitali europee o nordamericane, ma persuadere governi e società di Jakarta, Riyad, Delhi, Brasilia e Pretoria che mantenere rapporti stretti con economie aperte resta vantaggioso.

Nel libro non c’è alcuna “fine della storia”: il modello democratico non trionfa per destino ineluttabile, ma deve competere nello spazio geopolitico delle istituzioni, delle tecnologie, delle infrastrutture e delle idee.

L’Occidente è vivo, ma vivere non equivale a essere immortali: essere vivi significa avere qualcosa da perdere e, soprattutto, qualcosa da inventare.