Aaltola (Ppe), ‘Burnham onesto su Brexit, segnale più costruttivo in 10 anni’

30 settembre 2026 | 18.43

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Il possibile ritorno del Regno Unito nell’Unione europea è stato sollevato dal premier britannico Andy Burnham, il primo leader britannico a prendere in considerazione pubblicamente questa opzione dopo la Brexit, che egli ha definito come un evento che «ha fatto più male che bene al Paese». Mika Aaltola, eurodeputato finlandese del Ppe e vicepresidente della Delegazione del Parlamento europeo per l’Assemblea parlamentare di partenariato Ue-Regno Unito, descrive la presa di posizione ad Adnkronos come «il segnale più costruttivo» dell’ultimo decennio, avvertendo però che la verifica concreta dipenderà dalle proposte che Londra presenterà al vertice Ue-Regno Unito in programma a novembre.

Come valuta l’apertura di Burnham?

Burnham ha espresso pubblicamente ciò che molti in Europa considerano da tempo: la Brexit ha indebolito entrambe le parti. Questa franchezza è significativa e rappresenta un segnale costruttivo da Downing Street dopo anni di silenzio. Lo prendo sul serio, pur riconoscendo che alla politica interna britannica è legato un pubblico domestico. Una diagnosi onesta però non equivale ancora a una strategia concreta: il vero test sarà il contenuto delle proposte che il Regno Unito presenterà al vertice.

L’Unione europea è pronta a discutere legami più stretti e a quali condizioni?

L’Ue dovrebbe rispondere con apertura e ambizione: si possono esaminare vari ambiti, dalla mobilità giovanile a una relazione economica più intensa. Le condizioni sono chiare: i diritti implicano obblighi e il mercato unico non può essere smantellato pezzo per pezzo. La mobilità giovanile appare un terreno praticabile per dimostrare rapidamente buona volontà e costruire fiducia reciproca.

Il rientro è realistico o la priorità è rivedere l’Accordo di commercio e cooperazione siglato post-Brexit?

La decisione di rientrare nell’Ue spetta al popolo britannico e non è l’oggetto immediato della trattativa. Tuttavia, limitarsi a rattoppare l’Accordo commerciale non è sufficiente: il Regno Unito ha trascorso un decennio negoziando con se stesso. La domanda strategica è se la Gran Bretagna intenda far parte dell’architettura europea di sicurezza ed economia o rimanerne ai margini. Ho suggerito che figure rispettate e relativamente non politiche di entrambe le parti redigano un «rapporto alla Draghi», onesto e approfondito, con una tabella di marcia per i prossimi vent’anni sulle relazioni tra Ue e Regno Unito.

Il Parlamento europeo dovrebbe avere un ruolo specifico?

Sì. Qualsiasi nuovo accordo richiederà il consenso del Parlamento europeo, quindi è più prudente coinvolgerlo fin dall’inizio piuttosto che trovarsi sorpresi alla fine. L’Assemblea parlamentare di partenariato, che riunisce eurodeputati e parlamentari britannici, è il luogo naturale per costruire sostegno politico su entrambe le sponde della Manica.

Quali temi dovrebbero dominare il prossimo vertice?

Le priorità dovrebbero essere sicurezza e difesa, inclusa l’industria della difesa, seguite dalla resilienza economica. L’Europa deve affrontare la minaccia russa, una politica estera americana più transazionale e un sistema commerciale globale sempre più frammentato. L’offerta britannica di contribuire alla protezione dei Paesi coperti dalla Joint Expeditionary Force con nuove forze di reazione rapida e con il proprio ombrello nucleare — un impegno che sarà formalizzato a Oslo a novembre — dimostra cosa il Regno Unito può fare quando decide di impegnarsi. Il vertice dovrebbe chiedere lo stesso livello di serietà per l’intera relazione: Ue e Regno Unito non possono permettersi di restare semplici conoscenti strategici.