«Zitti, non diciamo a Trump che è stato il Regno di Danimarca a vincere». Così il corrispondente negli Stati Uniti del quotidiano danese Berlingske riassume la reazione a Copenaghen all’annuncio di Donald Trump su un accordo definito storico per la presenza militare statunitense in Groenlandia. L’intesa, come sottolineano le autorità danesi, ribadisce la sovranità del Regno sul territorio artico, un punto sollevato dopo le minacce ripetute del tycoon di invadere e annettere l’isola. La premier Mette Frederiksen ha parlato di «un buon accordo» che rafforza la sicurezza comune nell’Artico e nel Nord Atlantico, riconoscendo la sovranità del Regno e il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione, secondo una dichiarazione congiunta con il primo ministro di Nuuk, Jens-Frederick Nielsen.
Trump rivendica una “vittoria personale”, ma i danesi parlano di abile diplomazia
Il giornalista danese osserva che funzionari e diplomatici sono riusciti a presentare l’accordo come una vittoria personale per Trump. Nel suo messaggio il presidente ha descritto l’intesa come «il sogno che diventa realtà per gli Stati Uniti», sostenendo di aver risolto definitivamente una questione strategica che, a suo dire, nessun predecessore era riuscito a affrontare.
In realtà, gli Stati Uniti hanno avuto accesso alla Groenlandia fin dalla Seconda Guerra Mondiale, proteggendo l’isola dalle ambizioni naziste e impiegandola come avamposto operativo. Quel rapporto si consolidò poi in un patto di difesa firmato nel 1951 e rinnovato nel 2004, che già prevedeva ampie possibilità per la presenza militare statunitense.
Oggi la presenza militare Usa è molto più limitata rispetto al passato: attualmente è attiva soprattutto la base di Pituffik, costruita nel 1953 nel nord dell’isola. Durante la Guerra Fredda, invece, la presenza americana arrivò a comprendere decine di migliaia di soldati e numerose basi, a dimostrazione che accordi storici consentivano già un ampio dispiegamento.
Politico evidenzia che non è chiaro quanto il nuovo accordo — il cui testo finale, negoziato per mesi, non è ancora stato reso pubblico — modifichi realmente il patto di quasi 80 anni che, sulla carta, garantiva già a Washington molte delle prerogative oggi presentate come risultato della sua azione.
Che cosa prevede l’accordo
La novità più citata riguarda il divieto per Paesi non appartenenti alla Nato di stabilire basi militari o inviare truppe in Groenlandia, estendendo restrizioni anche agli investimenti stranieri in settori sensibili come quello dei minerali critici. Secondo il dipartimento di Stato, l’accordo «affronta in modo permanente e completo» le preoccupazioni di sicurezza, con misure rivolte in particolare a Russia e Cina. Il segretario di Stato Marco Rubio ha sostenuto che d’ora in poi nessun avversario potrà avere una base sull’isola o fare investimenti sensibili senza autorizzazione scritta; Trump ha rilanciato l’idea come un successo personale sui suoi canali social.
Fonti Nato citate da Politico puntualizzano però che non ci sono evidenze che Russia o Cina stiano pianificando tali operazioni in un territorio autonomo di uno Stato membro dell’Alleanza. I media danesi ricordano inoltre che la Danimarca aveva già negato in passato la vendita di una ex base a una società cinese. Alcuni commentatori danesi hanno definito l’enfasi mediatica di Trump sproporzionata e affermano che, nei fatti, quanto ottenuto sarebbe stato possibile anche attraverso normali canali diplomatici.
Altri osservatori sono più cauti: Marco Jacobsen del Royal Danish Defence College ha definito l’accordo vantaggioso per le tre parti coinvolte, sostenendo che Trump ottiene un risultato utile sul piano interno — chiudere la questione senza aprire nuovi fronti diplomatici o commerciali con l’Unione Europea — mentre Danimarca e Groenlandia consolidano le proprie posizioni di sicurezza.
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