Yemen, analista al-Madhaji: “Aereo italiano forse non obiettivo primario, ma rischio escalation”

“L’aereo italiano potrebbe non essere stato l’obiettivo principale dell’attacco, ma il fatto che sia stato colpito all’interno di una base saudita evidenzia come l’escalation possa coinvolgere anche forze e interessi internazionali presenti nel Paese”. Lo afferma in un’intervista all’Adnkronos Maged al‐Madhaji, analista yemenita e presidente del Sana’a Center for Strategic Studies, think tank indipendente da lui fondato, commentando l’attacco alla base aerea di Ta’if, in Arabia Saudita, che ha interessato un caccia Eurofighter F-2000 italiano. Ex attivista per i diritti politici, al‐Madhaji segue da anni gli sviluppi politici e militari in Yemen e nella regione; nell’intervista valuta inoltre l’annuncio del ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla possibile impiego della Marina italiana per proteggere le navi commerciali nello Stretto di Bab el‐Mandeb e i rischi di un’ulteriore escalation nel Mar Rosso.

Come valuta l’attacco che ha colpito l’aereo italiano e quale ritiene fosse il suo obiettivo strategico?

Sulla base delle informazioni disponibili, non sembra che l’aereo italiano fosse necessariamente il bersaglio primario. È più probabile che l’attacco alla base di Ta’if rientri nell’attuale ondata di escalation degli Houthi contro l’Arabia Saudita. Tuttavia, gli Houthi sono consci della presenza militare internazionale nel Regno e l’azione può essere letta anche come un messaggio rivolto a più interlocutori: non solo Riad, ma anche chi la sostiene o sta valutando di farlo.

In questo senso gli attacchi perseguono due obiettivi: mettere pressione sull’Arabia Saudita e aumentare il costo politico e operativo di un coinvolgimento internazionale a fianco di Riad. Anche se l’Italia non fosse stata presa di mira intenzionalmente, il colpire un velivolo italiano all’interno di una base saudita dimostra che le conseguenze dell’escalation possono estendersi alle forze e agli interessi stranieri presenti nel Paese.

Gli Houthi cercano al tempo stesso di rassicurare circa la natura limitata delle loro azioni, ma il loro comportamento ripetuto negli ultimi anni e i recenti sviluppi offrono pochi elementi per basarsi solo su queste dichiarazioni. Questa cautela aumenta se si considera il collegamento evidente tra alcune loro azioni e gli interessi strategici dell’Iran: i messaggi vanno quindi valutati alla luce delle azioni effettive e delle capacità che stanno costruendo, non solo delle loro parole.

Come valuta l’annuncio del ministro della Difesa italiano e come potrebbero reagire gli Houthi a una maggiore presenza navale italiana?

Non è detto che occorra prima formare una coalizione sotto l’egida dell’Onu: è importante invece costruire una cooperazione internazionale basata su interessi comuni per impedire agli Houthi di consolidare le nuove realtà che stanno imponendo. Proteggere le navi è essenziale, ma non basta se rimangono intatte le condizioni che permettono al gruppo di minacciare la navigazione quando lo ritiene opportuno.

Per quanto riguarda la reazione degli Houthi, il rischio non nasce solo al momento dell’eventuale invio di ulteriori navi italiane: il gruppo già considera la presenza militare internazionale un possibile obiettivo di escalation, quando ciò è funzionale ai suoi calcoli. Potrebbero invocare motivazioni come la sovranità, la resistenza all’intervento straniero o il sostegno a Teheran per giustificare un’azione. Di conseguenza navi militari italiane e di altri Paesi potrebbero essere coinvolte in un più ampio calcolo strategico, non necessariamente come risposta diretta a una singola decisione italiana. Serve perciò chiarezza sugli obiettivi e coordinamento tra i Paesi interessati, perché la minaccia supera la capacità d’azione efficace di un singolo Stato.

L’escalation potrebbe portare a un conflitto più ampio? E quali sono i rischi per la navigazione commerciale?

La possibilità di un conflitto più ampio aumenta, soprattutto se gli Houthi consolidano il controllo nell’area di Bab el‐Mandeb. Si tratta di un movimento con un’ideologia mobilitante, una storia di escalation e disponibilità ad assumere rischi, inserito in dinamiche regionali che gli conferiscono motivazioni oltre il conflitto yemenita. Il loro comportamento indica la volontà di usare capacità e territorio sotto il proprio controllo per imporre costi ad altri attori.

I rischi non resterebbero confinati alle sole navi che attraversano lo stretto. Un elemento critico è l’approfondimento della cooperazione tra Houthi e gruppi armati attivi nel Mar Rosso meridionale e nel Corno d’Africa, incluso al‐Shabaab: se questi legami si sviluppassero, la minaccia agli interessi occidentali potrebbe estendersi a navi, basi e infrastrutture regionali, comprese quelle a Gibuti.

Per la navigazione commerciale, il consolidamento di queste posizioni comporterebbe un aumento del rischio di attacchi, dei costi assicurativi e di protezione e una maggiore interruzione delle rotte marittime. Con l’espansione delle reti di cooperazione e la capacità di operare oltre le coste yemenite, i rischi potrebbero coinvolgere anche alcune rotte alternative oggi considerate sicure. Per queste ragioni non basta fidarsi delle rassicurazioni degli Houthi: permettere al gruppo di consolidare il proprio controllo e la capacità di minacciare altri attori renderebbe più costoso e complesso affrontarlo in futuro. Senza una risposta coordinata che limiti la possibilità degli Houthi di trasformare i risultati ottenuti in uno strumento permanente di pressione, il rischio di escalation continuerà a crescere.