Quali sono i confini della “guerra ibrida”? Come possono reagire l’Europa e la Nato alla Russia? Quanto è vicino il rischio di un’escalation dopo l’episodio del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia, che la Germania ha attribuito alla Russia? L’accusa tedesca apre una nuova fase nelle azioni ibride impiegate per destabilizzare le democrazie occidentali: una strategia nota ma ora più aggressiva, spiega all’Adnkronos Alessandro Marrone, esperto dell’Istituto affari internazionali.
La guerra ibrida combina strumenti militari e non militari: cyberattacchi, campagne di disinformazione e guerra cognitiva, sabotaggi, impiego di droni e operazioni marittime opache. L’obiettivo è sondare difese, identificare punti deboli e tempistiche decisionali, intimidire istituzioni e opinione pubblica e indebolire fiducia e coesione politica, mantenendo però una responsabilità difficile da provare. In questo caso la Germania ha dichiarato apertamente l’attribuzione alla Russia.
Il Trattato della Nato del 1949 si riferisce soprattutto ad attacchi armati convenzionali, ma aggiornamenti strategici recenti considerano anche attacchi cibernetici o spaziali come possibili casi per l’Articolo 5 se provocano gravi conseguenze. La vulnerabilità dei satelliti, per esempio, può interferire con forze armate, aviazione civile e sistemi finanziari. Per attivare la difesa collettiva, oltre alla gravità dell’attacco, serve la volontà politica dei Paesi membri e una valutazione di proporzionalità. Secondo Marrone, senza vittime dirette e senza elementi di chiara responsabilità statale è più difficile giustificare una risposta militare convenzionale: l’obiettivo russo è rimanere sotto la soglia del conflitto aperto, sapendo che la Nato evita escalation incontrollabili.
Gli ingressi di droni in Polonia e in altri paesi hanno già portato a consultazioni secondo l’Articolo 4 e a rafforzamenti sul fianco orientale; tuttavia identificare chi sia responsabile è più complesso quando i mezzi partono da navi di copertura o coinvolgono operatori locali. Il caso di Lipsia rappresenta, secondo Marrone, un innalzamento della gravità della minaccia russa e ha generato una reazione politica con solidarietà tra Ue e Nato; il trend mostra inoltre un aumento in frequenza e sofisticazione degli incidenti.
Un rapporto di luglio dell’International Institute for Strategic Studies segnala che tra agosto 2024 e febbraio 2026 sono stati accertati 144 casi di intrusioni di droni nello spazio aereo europeo. Episodi vicino ad aeroporti hanno provocato interruzioni del traffico aereo con decine di migliaia di passeggeri coinvolti, probabilmente usati anche per raccogliere informazioni e testare le reazioni occidentali.
L’Istituto osserva che l’attuale architettura europea per contrastare i droni non è ancora adeguata: il rilevamento è disomogeneo, le competenze legali sono frammentate, le opzioni di risposta spesso sproporzionate e l’attribuzione delle responsabilità procede troppo lentamente per garantire una deterrenza efficace, nonostante l’attenzione crescente da parte di Nato, Ue e governi nazionali.
Marrone ricorda che la minaccia russa passa anche via mare, con flotte di copertura e sabotaggi sottomarini. Navi civili con documenti falsificati possono contrabbandare risorse, lanciare droni verso coste del Baltico o del Mare del Nord e danneggiare infrastrutture sottomarine come gasdotti, oleodotti o cavi internet ed elettrici, mantenendo l’attribuzione opaca. Le marine europee hanno già intercettato e sanzionato unità sospette in aree critiche. Allo stesso tempo proseguono gli attacchi informatici continui — malware, furti di dati, DDoS — e la disinformazione che altera il dibattito pubblico; Marrone segnala inoltre che l’Italia ha registrato uno dei maggiori aumenti di incidenti cyber tra i Paesi del G7 negli ultimi due anni.
Nella Nato è in corso il dibattito su come e dove ridurre la presenza militare americana, compensandola con un maggiore contributo europeo, canadese e turco, per mantenere una deterrenza complessiva stabile. Secondo Marrone è importante evitare annunci improvvisi e adottare un approccio strutturato e graduale: non si tratta di un ritiro totale, ma di una riduzione coordinata che non comprometta la capacità complessiva di dissuadere un’escalation russa.
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