“Non mi sorprende; non sapevo però con certezza come sarebbe andata. A mio avviso, quasi tutto faceva pensare che avrebbe prevalso il ‘no'”. Così Hjörtur J. Guðmundsson, storico ed esperto di relazioni internazionali e dei rapporti Islanda-Ue, commenta all’Adnkronos l’esito del referendum islandese sulla riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, vinti dal ‘no’ col 52,8% contro il 47,2% del ‘sì’.
Perché, secondo lei, il ‘no’ era la probabilità più alta?
“Soprattutto perché i sondaggi mostrano che la maggioranza degli islandesi non desidera entrare nell’Ue. Inoltre, un esito simile si era verificato già nel secondo referendum sull’Icesave del 2011”.
Quanto ha inciso la campagna per il ‘sì’ e il modo in cui è stato presentato il quesito?
“Il messaggio centrale dei sostenitori del ‘sì’ era che il voto non equivaleva all’adesione immediata, ma serviva solo a verificare le proposte dell’Unione. Il fatto che gli stessi promotori riconoscessero l’impopolarità dell’adesione nel Paese ha reso più difficile far accettare l’iniziativa”.
Cosa sarebbe successo se avesse vinto di misura il ‘sì’?
“Un successo risicato del ‘sì’ non avrebbe automaticamente mandato l’Islanda nell’Ue: sarebbe rimasta molta strada politica e istituzionale da percorrere, e non è detto che la popolazione o i parlamenti avrebbero accettato i passaggi successivi”.
L’esperto osserva che il referendum di per sé non avrebbe rappresentato un ingresso automatico nell’Unione. “Anche in caso di vittoria di misura del ‘sì’, restavano da affrontare molteplici ostacoli pratici e politici prima di una adesione formale”.”
Il risultato, con il 52,8% dei voti contrari e il 47,2% favorevoli alla riapertura dei negoziati, blocca il percorso sostenuto dalla premier Kristrún Frostadóttir, che aveva promosso il ‘sì’. Dopo la diffusione dei risultati, la premier ha definito la vittoria del ‘no’ “non una sconfitta per il governo ma una vittoria per la democrazia” e ha annunciato che l’esecutivo non riavvierà i negoziati di adesione nel corso dell’attuale legislatura, che si chiude nel 2028.
Frostadóttir ha anche riconosciuto le preoccupazioni, particolarmente diffuse nelle zone rurali, sulle possibili ricadute dell’adesione su agricoltura, pesca e risorse naturali. Secondo Guðmundsson, questo tema si inserisce in una più ampia diffidenza dell’opinione pubblica islandese verso l’ingresso nell’Unione.