Il conflitto tra Russia e Ucraina si gioca sempre più nei cieli: da una parte i droni ucraini che attaccano obiettivi e infrastrutture in territorio russo, dall’altra i missili balistici e i sistemi d’attacco russi diretti contro città e installazioni ucraine. La limitata disponibilità di intercettori Patriot statunitensi pesa sulle difese ucraine e favorisce, secondo il New York Times, la strategia russa di logoramento delle capacità difensive di Kiev.
Negli ultimi mesi l’Ucraina ha incrementato gli attacchi in profondità nel territorio russo, raggiungendo obiettivi militari e civili a centinaia di chilometri dalla linea del fronte, oggi in gran parte congelata. Secondo il Wall Street Journal, oltre alla difesa contro i lanci russi, Kiev mira a colpire infrastrutture energetiche e portuali — dalla Siberia a San Pietroburgo, dal Baltico al Mar Nero — e obiettivi sensibili come la Crimea occupata e magazzini logistici di grandi aziende russe.
A luglio Mosca ha lanciato almeno 126 missili balistici, il numero più alto dall’inizio della guerra, secondo un’analisi del New York Times sui dati dell’Aeronautica ucraina. Gli attacchi russi di quel mese, compresi missili da crociera e droni, hanno causato circa 400 vittime civili e hanno interrotto importanti esportazioni ucraine di grano e acciaio, aggravando i danni infrastrutturali e aumentando il rischio di carenze di riscaldamento ed elettricità in vista dell’inverno.
Il conflitto si presenta ormai come due guerre parallele: sul terreno, dove fanteria e operatori di droni combattono lungo oltre 1.300 km di fronte con avanzate lente e pesanti perdite russe nel Donbass; e in cielo, con ondate di attacchi a lunga distanza che colpiscono città e siti militari lontano dal fronte in entrambi i Paesi, spesso durante la notte.
Gli attacchi aerei servono a scopi diversi: l’Ucraina cerca di aumentare i costi economici per il Cremlino e costringere la Russia a negoziare condizioni meno favorevoli a Mosca; la Russia invece mira a logorare la resilienza ucraina rendendo le città più difficili da vivere. Entrambi gli schieramenti concentrano risorse su capacità offensive a lungo raggio e su contromisure elettroniche.
Le potenze belliche stanno aggiornando e diversificando i rispettivi arsenali. La Russia modifica droni economici con motori a reazione, lancia satelliti per migliorare la guida degli armamenti e sviluppa missili da crociera a basso costo, oltre a impiegare bombe plananti guidate via satellite. L’Ucraina continua a evolvere i propri droni e sistemi ibridi, migliorando navigazione e comunicazione, sperimentando missili balistici prodotti internamente e sviluppando contromisure contro il disturbo elettronico.
Le difese antiaeree, tuttavia, faticano a tenere il passo. L’Ucraina risente della carenza di intercettori Patriot, indispensabili contro i missili balistici russi; la disponibilità globale si è ridotta anche per via di altri conflitti, e gli Stati Uniti hanno esportato un numero limitato di sistemi e intercettori. Secondo dichiarazioni citate dal Wall Street Journal, gli Usa potrebbero aver impiegato circa 2.300 intercettori totali, avendone forniti circa 600 all’Ucraina, molti provenienti da sistemi più vecchi o forniti tramite partner.
Per questo motivo Zelensky ha intensificato la diplomazia per ottenere più sistemi Patriot e altri aiuti. La Nato ha dichiarato di discutere come continuare a fornire le difese aeree necessarie. Parallelamente, l’Ucraina sviluppa un piano alternativo: il programma antimissilistico Freyja, che potrebbe costare molto meno dei sistemi Patriot Pac-3 e diventare il fulcro di una possibile Coalizione Anti-balistica europea. Zelensky ha affermato che l’Ucraina dispone delle competenze scientifiche e industriali per portare avanti il progetto e prevede risultati concreti nel 2026-2027, auspicando la partecipazione di partner interessati anche alla cooperazione su missili Pac-2 e Pac-3.
Per la Russia la sfida è difendere un territorio vastissimo che, pur essendo stato un vantaggio strategico, è oggi una vulnerabilità: l’aumento dei droni a lungo raggio ucraini ha aperto falle nelle difese che un tempo erano considerate molto efficaci. Prima dell’invasione su larga scala la deterrenza nucleare e le difese aeree proteggevano solo una parte delle infrastrutture strategiche; con l’impasse sul fronte, Mosca ha spostato sistemi come Pantsir e Tor più vicino alla linea di contatto, rafforzando la protezione del fronte ma esponendo basi e impianti interni.
Gli analisti sottolineano che ogni radar o lanciatore distrutto costringe la Russia a scegliere se proteggere il fronte o il territorio interno. La geografia amplia questo problema: ritirare sistemi dal fronte per riparare città o impianti crea nuove vulnerabilità che Kiev cerca di sfruttare, colpendo sia obiettivi in profondità sia infrastrutture logistiche prossime al fronte. Mosca ha adottato soluzioni tampone, come installare Pantsir su edifici molto alti o impiegare unità navali per proteggere aree settentrionali come Murmansk.
Dove la Russia mantiene un vantaggio è la capacità industriale: produce in serie migliaia di droni d’attacco, droni-esca e missili da crociera. Secondo i servizi di intelligence ucraini, la Russia costruirebbe circa 120 missili balistici al mese, una produzione superiore a quella globale di intercettori Patriot. Funzionari ucraini attribuiscono inoltre a rifornimenti esterni, come quelli nordcoreani, parte del rinnovamento dell’arsenale russo. Mosca sviluppa anche droni intercettori e continua a disporre di sistemi avanzati S-400 e S-300, riuscendo a mantenere catene di approvvigionamento operative grazie all’uso di componenti esteri e tecnologie cinesi a duplice uso.
Leggi anche