Dall’Iraq alla Giordania, fino ad Arabia Saudita ed Egitto: guerra Iran-Stati Uniti rischia di allargarsi

Il conflitto iniziato dopo gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio si è esteso su più paesi: dall’Iraq alla Giordania e al Libano, fino all’Arabia Saudita, al Kuwait e all’Egitto, dove ieri un drone ha colpito una metaniera americana nel porto di Damietta. Dopo giorni di apparente calma, la crisi si sta ampliando con un numero crescente di attori coinvolti. L’Arabia Saudita — già sotto pressione su più fronti dall’Iran, dai ribelli Houthi in Yemen e dalle milizie filoiraniane in Iraq — ha partecipato, il 29 luglio insieme agli Stati Uniti, a attacchi contro obiettivi delle Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq.

Nella notte tra il 28 e il 29 luglio l’Iran ha lanciato missili balistici contro una base militare statunitense in Giordania. La risposta degli Stati Uniti è arrivata con raid mirati sull’Iran, in linea con le dichiarazioni del presidente Donald Trump che aveva promesso una forte reazione dopo l’attacco alla base statunitense. Dopo un raid iraniano in Kuwait, oggi è stata riportata la morte di un dipendente di una società cinese nel nord del paese.

L’escalation

Secondo il New York Times, l’escalation procede mentre i tentativi di riavviare negoziati di pace sono bloccati e il teatro del conflitto si è ampliato. Gruppi legati a Teheran nella regione hanno aperto nuovi fronti e riaperto quelli esistenti, coinvolgendo forze in Arabia Saudita, Iraq, Libano e Giordania. La partecipazione saudita agli attacchi di mercoledì è stata interpretata come un’ulteriore escalation: finora il regno aveva evitato un ruolo apertamente combattente nella guerra tra Usa-Israele e Iran, pur avendo condotto in passato azioni di ritorsione in modo riservato, secondo alti funzionari statunitensi.

La reazione di Riad è arrivata dopo una serie di attacchi con droni contro impianti petroliferi sauditi. Gli attacchi alle petroliere e alle infrastrutture da parte degli Houthi — sostenuti dall’Iran e attivi lungo il Mar Rosso — hanno aumentato i rischi per le rotte marittime petrolifere, con potenziali gravi conseguenze per i Paesi del Golfo, molto dipendenti dalle esportazioni energetiche. Il New York Times avverte che l’espansione dei combattimenti potrebbe complicare gli sforzi dell’amministrazione statunitense per uscire da un conflitto impopolare, in un contesto politico interno segnato dall’avvicinarsi delle elezioni di midterm. L’ulteriore escalation rischia inoltre di provocare aumenti del prezzo del petrolio e quindi pressioni inflazionistiche.

Secondo l’esercito statunitense, i raid di mercoledì in Iraq sono stati una rappresaglia per oltre 30 attacchi con droni compiuti da gruppi proxy iraniani nelle 72 ore precedenti. Gli obiettivi erano membri delle Forze di Mobilitazione Popolare, una coalizione di milizie irachene con legami con l’Iran. I raid avrebbero ucciso circa 20 consiglieri iraniani, inclusi consulenti tecnici di alto livello e ufficiali di collegamento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Nessun gruppo di miliziani iracheni ha rivendicato gli attacchi con droni; intanto il portavoce del primo ministro iracheno, Sabah Al-Numan, ha affermato che non sono state fornite prove che il territorio iracheno sia stato utilizzato per lanciare attacchi contro l’Arabia Saudita all’inizio della settimana.

Il cessate il fuoco in Libano resta fragile mentre Israele e Beirut cercano di attuare un accordo che ponga fine a mesi di combattimenti, accordo respinto da Hezbollah. L’esercito israeliano ha accusato Hezbollah di una violazione del cessate il fuoco, sostenendo che il gruppo abbia lanciato un drone contro un veicolo israeliano nella zona del Libano meridionale attualmente controllata da forze israeliane.

Dana Stroul, ex funzionaria del Pentagono citata dal Washington Post e ora direttore della ricerca al Washington Institute for Near East Policy, osserva che Trump e Teheran sembrano in una situazione di stallo: nessuna delle due parti appare convinta che proseguire il conflitto o aprire immediatamente negoziati porterebbe a un risultato decisivo. C’è crescente pessimismo sulla possibilità di un accordo diplomatico; entrambi sembrano condurre attacchi da posizioni di debolezza. Secondo il Pentagono finora sono morti 18 militari statunitensi e oltre 600 sono rimasti feriti nel conflitto; il ministero della Salute iraniano invece indica oltre 3.500 morti iraniani.