“Colpiremo l’Iran molto duramente, perché è il nostro turno farlo”. Donald Trump ha promesso ritorsioni, affermando che gli Stati Uniti risponderanno all’attacco lanciato da Teheran contro forze americane in Giordania. “Sanno che sta arrivando, ci stanno chiedendo di non farlo”, ha aggiunto il presidente. Ha detto che gli Stati Uniti hanno abbattuto cinque razzi che viaggiavano a 8.500 km all’ora e che ora toccherà a loro rispondere, sottolineando che gli autori dell’attacco erano “una fazione diversa” rispetto ai gruppi con cui Washington dialoga. Pur riferendo che Teheran si è scusata, Trump ha detto che gli Stati Uniti colpiranno comunque, seppure in misura limitata.
“Vorrei che” i membri del Congresso colpissero “l’Iran con i dazi, non soltanto con le sanzioni”, ha dichiarato Trump, riferendosi a un disegno di legge su nuove sanzioni alla Russia. Ha spiegato che ritiene importante introdurre dazi: sebbene esistano dazi sulla Russia, non sono previsti per quei cinque Paesi che hanno rapporti con l’Iran, e secondo lui la misura sarebbe più efficace.
Il conflitto in Medio Oriente si allarga
Le dichiarazioni di Trump arrivano mentre il conflitto in Medio Oriente si sta ampliando. Le forze armate statunitensi e saudite hanno condotto un’operazione congiunta contro un’alleanza militante in Iraq, interrompendo la breve tregua nelle azioni dirette statunitensi. L’Iran ha risposto lanciando missili contro la Giordania.
L’Iran ha inoltre affermato che lo Stretto di Hormuz non tornerà al suo stato precedente. Il vicepresidente del parlamento Ali Nikzad, intervistato dall’agenzia di stampa studentesca Isna, ha detto che Hormuz appartiene all’Iran, definendolo “una conquista della recente guerra imposta e un dono divino alla grande nazione iraniana”. Nikzad ha aggiunto che Teheran non intende rinunciare a rivendicare i propri diritti sullo stretto.
L’Arabia Saudita ha trascorso i primi cinque mesi del conflitto tra Usa e Iran cercando di evitare di essere coinvolta in uno scontro regionale. In un’analisi la Cnn osserva che Riad ha più volte esortato alla calma, ha risposto con moderazione ai danni subiti e ha mantenuto canali di comunicazione aperti con Teheran, anche mentre droni iraniani colpivano infrastrutture petrolifere cruciali per l’economia saudita. Con l’aumentare del coinvolgimento dei proxy iraniani in Yemen e in Iraq, il Paese si trova però accerchiato e sottoposto ad attacchi asimmetrici da più direzioni. Ieri, per la prima volta, caccia sauditi hanno partecipato ai raid statunitensi mirati all’Iraq orientale, segnalando la volontà di Riad di assumere una postura più assertiva nel ridisegnare gli equilibri regionali.
Il cambio di passo è significativo per l’Arabia Saudita, che aveva impostato la propria politica estera sulla stabilizzazione e sull’apertura dell’economia agli investimenti esteri, con l’obiettivo di trasformare la monarchia petrolifera attraverso ambiziosi piani di rinnovamento e di prepararsi al futuro. Nell’ambito di questa strategia Riad si è avvicinata a Washington, consolidando relazioni economiche e militari e procedendo all’acquisto di decine di miliardi di dollari in equipaggiamento per modernizzare le proprie forze armate e dotarsi di sistemi di difesa aerea. Parallelamente, ha lavorato per migliorare il rapporto con l’Iran, fino a un riavvicinamento sancito dall’accordo del 2023 mediato dalla Cina.
Stati Uniti e Arabia Saudita hanno colpito obiettivi delle Forze di mobilitazione popolare (Al Hashid Al Shaabi), gruppo armato iracheno che include potenti fazioni filo-iraniane e che da tempo costituisce una minaccia per Washington. Le Forze di mobilitazione popolare sono una rete di fazioni a maggioranza sciita creata nel 2014 nel contesto della lotta all’Is. La mobilitazione nacque dopo una fatwa dell’ayatollah Ali al-Sistani, la massima autorità sciita in Iraq, quando l’Is avanzava nel Paese. Gruppi armati filo-iraniani risposero all’appello e a loro si unirono anche volontari iracheni provenienti da tutto il territorio.
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