Iran, rischio escalation: raid Usa in Iraq e Arabia Saudita in campo, l’analisi

La crisi in Medio Oriente si è allargata oltre l’Iran dopo raid condotti dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita contro milizie filo-iraniane in Iraq. Le operazioni sono avvenute quindici giorni dopo la visita del nuovo primo ministro iracheno, Ali al-Zaidi, alla Casa Bianca e sei giorni dopo il suo viaggio a Teheran. Gli attacchi sono stati lanciati poche ore dopo l’incontro nello Studio Ovale tra Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel quadro di contatti e negoziati dietro le quinte. Da mesi gli Stati Uniti esercitano pressioni su Baghdad chiedendo impegni concreti per il disarmo delle milizie ritenute collegate a Teheran e accusate di condurre attacchi contro forze e infrastrutture regionali.

Venti morti e 32 feriti tra le milizie filo-Teheran

Le forze di mobilitazione popolare, composte in larga parte da fazioni armate sostenute dall’Iran, hanno dichiarato che i raid hanno provocato la morte di 20 combattenti e oltre 30 feriti. Le operazioni assumono un duplice significato: possono rappresentare l’innesco di un’ulteriore escalation regionale e, al tempo stesso, segnano il primo coinvolgimento operativo pieno dell’Arabia Saudita in questa fase del conflitto.

I raid hanno preso di mira componenti delle forze di mobilitazione popolare note come Al-Hashd Al-Shaabi. Queste formazioni furono create nel contesto dell’avanzata dello Stato islamico e, dal 2014, sono state determinanti nella lotta contro i jihadisti. Pur essendo formalmente integrate nell’apparato di sicurezza iracheno, molte milizie mantengono catene di comando parallele e sono ritenute rispondere a Teheran, facendo parte del cosiddetto “Asse della resistenza” e influenzando la politica locale.

Le autorità delle forze di mobilitazione popolare hanno segnalato attacchi alle loro basi nelle province di Baghdad, Wasit, Ninive, Basra, Kirkuk, Kerbala e Diyala. Tra i siti colpiti, secondo media locali, figurano le postazioni di Al-Fath Al-Mubin nel governatorato di Wasit e quella riconducibile ad Abu Muntadhar Al-Muhammadawi nella provincia di Diyala.

Dopo le operazioni, il Centcom, il Comando centrale Usa responsabile delle attività militari nella regione, ha confermato azioni congiunte con le Forze Armate saudite contro “terroristi filo-iraniani, incaricati dai Guardiani della Rivoluzione” (Pasdaran) “di condurre attacchi contro forze Usa e infrastrutture energetiche saudite”. Secondo il Centcom sono stati colpiti siti logistici e depositi di armamenti nell’est dell’Iraq in risposta — ha specificato il comando — a oltre 30 attacchi con droni registrati in 72 ore e attribuiti ai Pasdaran.

Il ministero della Difesa saudita, citando il proprio portavoce attraverso l’agenzia Spa, ha confermato operazioni svolte “in coordinamento con il Centcom” contro obiettivi legati a milizie operanti nella Repubblica dell’Iraq e connesse ad attacchi contro infrastrutture petrolifere del Regno. Riad ha denunciato attacchi con droni lanciati dal territorio iracheno verso regioni saudite, ha rivendicato il diritto all’autodifesa e ha assicurato di non voler cercare un’escalation, ma ha avvertito che in caso di nuovi attacchi non esiterà a prendere tutte le misure necessarie per tutelare la sovranità, i cittadini e gli asset del Paese.

Salta la visita del premier iracheno a Riad

Nel clima di tensione è stata, almeno per ora, cancellata la prevista visita a Riad del primo ministro iracheno. Una fonte governativa irachena ha riferito al sito Shafaq News che la missione è stata rimossa dall’agenda di al-Zaidi; da Riad non sono arrivati commenti ufficiali. Al-Zaidi, 41 anni, nominato premier a maggio dopo una lunga fase di stallo politico e con il via libera sostanziale degli Stati Uniti, aveva fatto tappa negli Usa il 13 luglio in un momento di crescenti tensioni tra Washington e Teheran e del continuo pressing americano su Baghdad per il disarmo delle milizie filo-iraniane.

Secondo analisti e fonti regionali, dall’inizio degli attacchi condotti contro l’Iran alla fine di febbraio le milizie irachene hanno consentito a Teheran di disporre di opzioni di risposta indiretta, utilizzando proxy e formazioni sul territorio iracheno. Osservatori ritengono che alcuni Paesi del Golfo possano considerare l’Iraq come un terreno dove reagire senza colpire direttamente l’Iran.

A fine giugno le autorità irachene hanno fissato al 30 settembre il termine ultimo per la consegna delle armi, con l’obiettivo di rafforzare il controllo statale esclusivo sugli strumenti bellici. Non è chiaro cosa avverrà dopo tale scadenza e come verrà implementata la disarmamento. Il Centcom ha ammonito che i Pasdaran e i loro proxy devono porre fine agli attacchi per evitare una nuova risposta militare da parte degli Stati Uniti.

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