La guerra ha lasciato profonde conseguenze in Russia. Dopo quattro anni e mezzo di conflitto con l’Ucraina, il paese mostra segnali di trasformazione interna: le élite denunciano un disallineamento tra i vertici politici e la realtà e ritengono che l’ossessione di Vladimir Putin per la sottomissione di Kiev complichi notevolmente la capacità di governare efficacemente.
Stanovaya: pressioni interne e rischio di spaccature nel sistema
Secondo l’analista Tatiana Stanovaya, ora all’estero, anche interventi moderati come quello del tycoon Andrei Melnichenko sull’Economist, espressi in toni di lealtà e non rivoluzionari, riflettono l’aumentata preoccupazione delle élite sull’incapacità del sistema di far fronte a problemi crescenti. In un articolo per Carnegie Politika, Stanovaya osserva che queste pressioni interne difficilmente modificheranno la posizione di Putin, ma aumentano la probabilità di fratture all’interno dell’intero apparato di potere.
Schulmann: si sono ampliati i confini del lecito
La politologa Ekaterina Schulmann, definita «agente straniero» e condannata in contumacia a Mosca lo scorso marzo, ha espresso valutazioni analoghe nel suo programma YouTube “Status”. Ex analista all’Istituto presidenziale russo per l’amministrazione pubblica e le politiche pubbliche (Ranepa) e ora a Berlino, Schulmann sottolinea come l’articolo di Melnichenko e altri episodi — seppure di diversa portata, come i casi dell’influencer Viktoria Bonya, del soldato Aleksander Lunin e del blogger Ilya Remeslo — indichino un allargamento di ciò che viene considerato tollerabile. Il primo tabù infranto è la discussione sul futuro del paese, che implica anche riflessioni su un’eventuale fase post-Putin. Secondo Schulmann, il sistema dei garanti si è indebolito e gli imprenditori che sostengono l’apparato, con patrimoni e interessi in Russia ma ostracizzati all’estero, stanno chiedendo conto. Il processo è in fase di sviluppo: è la prima volta che analiste riconosciute come Stanovaya e Schulmann prevedono una scossa interna al sistema.
Un sistema al bivio tra escalation e ristrutturazione
Stanovaya evidenzia una crescente biforcazione tra la convinzione del presidente nella lealtà patriottica della classe dirigente e nella pazienza della popolazione — che lo porta a governare come se il paese fosse completamente mobilitato (con una possibile mobilitazione prevista in ottobre) — e il funzionamento ordinario delle istituzioni e della burocrazia, che rimane su modalità più pacificate. Da una parte c’è la visione putiniana della guerra, che genera escalation, dall’altra emerge una richiesta sempre più diffusa di cambiamento: una valutazione più realistica delle capacità geopolitiche russe, decisioni interne più competenti e obiettivi bellici più realistici. Anche attori filocremlino condividono questa esigenza.
Questa posizione è politicamente rischiosa per il regime proprio perché non è apertamente contraria alla guerra né a Putin in partenza. Le due dinamiche potrebbero accelerare fino a scontrarsi. Al momento, osserva Stanovaya, il regime non sembra a rischio di un’implosione immediata, ma si sta avvicinando a un bivio: proseguire lungo la strada dell’escalation e della radicalizzazione oppure avviare un percorso di ristrutturazione interna che apra a un’epoca post-putiniana? Stanovaya, fondatrice della società di analisi R-Politik, pone questo interrogativo come chiave per comprendere gli sviluppi futuri.
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