L’Europa e l’Italia allo scontro finale

Con un paragone calcistico, potremmo dire di trovarci a ridosso del novantesimo minuto con la partita saldamente in mano alla squadra delle lobby finanziarie che riescono a muovere capitali ingenti in pochi secondi infischiandosene dell’economia reale e della crescita. Banche contro imprese , Istituzioni europee contro governi, Parigi contro Bruxelles , Bruxelles contro Parigi e Berlino, cittadini contro tutto e tutti: questo il quadro di un’Europa pronta alla rottamazione economica.

La Commissione Europea invita le banche a concedere credito alle imprese lanciando l’ultima ancora di salvezza, memori forse dell’infausto destino toccato al Titanic considerata nave inaffondabile. L’economia sta collassando, risulta come un motore impallato che non fa altro che battere rari colpi, a testimoniare ancora la presenza di un anima. In Italia questa situazione negativa sta generando morti e suicidi. Non vorrei sembrare blasfemo, rispetto enormemente il dolore dovuto alla scomparsa di uomini e donne, che si vedono giorno dopo giorno portata via anche la speranza, ma volendo fare un ragionamento asettico questo non è altro la risultante di un cambiamento che non c’è stato; quando nei precedenti articoli parlavo di ruggine incrostante che blocca il nostro modello d’impresa, volevo significare che nella cultura dei nostri imprenditori non c’è stato questo scarto in avanti alla ricerca di un nuovo approccio strategico al mercato. Il problema non è accademico ma molto reale. Parlare di aziende sottodimensionate con 3/4 addetti non in grado di reggere le sfide di un mercato non più protetto, l’incapacità di diversificare il proprio mercato solo perché i nonni e i bisnonni hanno fatto sempre e solo questo , l’incapacità di presentare alle banche uno straccio di business plan strategico a sostegno della richiesta di fido non mi sembra tanto accademia. Ma qui si continua a parlare di tagliare il finanziamento pubblico ai partiti per risolvere il problema dell’economia, oppure a richiedere una riforma del lavoro quando lavoro non ce n’è. Magari bastassero i 20 milioni di euro all’anno del finanziamento o eliminare i contratti a progetto per far ripartire la nostra economia, anzi dall’ultima riforma il costo del lavoro per le aziende tornerà a salire a causa degli incrementi dei prezzi connessi all’utilizzo del lavoro a tempo determinato rispetto a quello indeterminato.

Certo è che tutto questo è stato possibile perché nessuno dei Governi che hanno gestito la res publica è stato in grado di svestirsi degli interessi corporativi per dettare un’agenda di modello di democrazia basato su principi e sistemi rivisitati. Mentre i comici del momento vestiti da banditori si affrettano a salire sul pulpito auspicando la ghigliottina ma che interrogati sulle proposte danno esempio di silenzio francescano, il Governo approva la spending review sotto minaccia dei partiti, che non vogliono sentir parlare di tagli degli enti locali ma che scendono in piazza per la giornata di disobbedienza fiscale. Naturalmente evitano di fare pressioni sui banchieri, perché spesso sono stati gli stessi banchieri a finanziare la politica.

Essere supporter della riduzione della spesa pubblica va bene, se il risparmio che ne deriva venga trasformato, almeno in parte, in riduzione della pressione fiscale. Perché solo diminuendo l’imposizione si può pensare di liberare risorse per investimenti produttivi, avere un aumento della capacità di spesa del consumatore finale, generare un emersione dell’economia sommersa.

Ma chi si aspettava tutto ciò è rimasto deluso, tanto è vero che lo stesso premier Monti non ha escluso l’aumento dell’IVA ad ottobre , con buona pace delle ultime speranze.

Luigi Del Giacco

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