(Adnkronos) – Le elezioni di midterm del 3 novembre saranno soprattutto un giudizio su Donald Trump e sulla sua gestione dell’economia. L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Usa John Bolton, in un’intervista all’Adnkronos, indica nell’inflazione, nel costo della vita e nei timori per il lavoro i fattori che peseranno sul voto. Anche se, osserva, la guerra nel Golfo è una delle ragioni dell’aumento dei prezzi della benzina, gli elettori “non stanno votando contro la guerra, ma contro le sue conseguenze”. Sulle proteste in Europa, Bolton ipotizza che Mosca possa finanziare gruppi radicali per destabilizzare le società, precisando però: “Non ho prove”. Un Congresso a maggioranza democratica potrebbe sottoporre l’amministrazione a indagini e audizioni, ma avrebbe margini limitati per frenare Trump in politica estera. Sull’Ucraina, “Putin vede Trump come un bersaglio facile” e un accordo negoziato dal presidente senza altri interlocutori rischierebbe di favorire Mosca. Quanto all’Iran, Bolton ritiene che il voto non determinerà la scelta di Trump di riprendere le operazioni militari: “Si sveglierà il 4 novembre e valuterà come si sente”.
Alcuni governi accusano Mosca di alimentare proteste e tensioni sociali. La Russia sta cercando di destabilizzare i governi europei?
“Credo che i russi conducano in Europa quella che molti chiamano ‘tattiche di zona grigia’. Da tempo cercano di influenzare le elezioni e i processi politici. Succede fin dalla rivoluzione bolscevica del 1917. L’ideologia è diversa e non sto dicendo che sia comunismo, ma i russi continuano a usare molte delle tecniche di influenza sviluppate durante la Guerra fredda. Possono interferire nelle elezioni, hackerare i sistemi di voto, diffondere annunci che alimentano il malcontento e minare la fiducia nelle istituzioni elettorali, oppure promuovere campagne negative contro determinati candidati. Non mi sembra un grande salto ipotizzare che finanzino gruppi radicali, non necessariamente perché ne condividano le idee, ma perché sperano che destabilizzino le società in cui operano. Non ho prove, ma è uno schema già visto molte volte”.
Come giudica il rapporto personale di Trump con Putin? Un accordo negoziato da Washington potrebbe consegnare una vittoria strategica a Mosca?
“Finché sarà Trump a negoziare da solo, senza il coinvolgimento di altri, il rischio è molto concreto. Trump non conosce molto gli affari internazionali, la Russia o l’Ucraina. Nel suo primo mandato chiese a John Kelly, allora capo di gabinetto, se la Finlandia facesse ancora parte della Russia e rimase sorpreso scoprendo che non era così. Pensa che le relazioni tra Stati siano determinate dalle relazioni personali tra i rispettivi leader. Credo che, se lui e Putin sono amici, allora anche i rapporti tra Stati Uniti e Russia siano buoni. È quanto di più lontano dalla realtà, soprattutto quando si ha a che fare con leader come Putin, Xi Jinping o Kim Jong-un. Putin, a mio avviso, considera Trump un bersaglio molto facile ed è ormai abbastanza sicuro di averlo portato in una posizione favorevole alla Russia. Probabilmente aspetterà la fine delle elezioni per vedere se sarà possibile raggiungere un accordo sfavorevole all’Ucraina. In Congresso ci sarebbe una forte opposizione, anche bipartisan, ma non basterebbe a fermare Trump”.
Perché il rapporto tra Trump e la premier italiana Giorgia Meloni sembra così imprevedibile?
“Quando la presidente del Consiglio Meloni lo ha criticato per le sue parole sul Papa, tra le altre cose, a Trump non è andata giù. A Trump non interessa che Meloni sia una politica conservatrice né tanto meno l’importanza strategica dell’Italia o del suo governo: semplicemente non gli piace essere criticato. Se ha un buon rapporto con qualcuno, allora anche le relazioni tra gli Stati sono buone. Ma, se lo critichi pubblicamente, non puoi essere suo amico, e penso che se ne risenta. È quasi impossibile avere a che fare con Trump se non si abbandona l’idea che abbia una filosofia, una grande strategia o una politica coerente: non è così. Si occupa di ciò che ha davanti a sé. È stato definito ‘transazionale’, e la definizione è corretta se indica una persona che prende una decisione alla volta, senza considerarne le conseguenze o pensare a due o tre mosse più avanti. Qualcuno ha detto che Trump non ha idee, ha reazioni. Ha reagito alle critiche di Meloni per le sue parole sul Papa. Non è un dissidio irreparabile, ma la sua risposta non era il risultato di una strategia geopolitica meditata”.
Le midterm sono considerate soprattutto referendum sui temi interni e sull’economia. E’ così?
“E’ Trump stesso a essere sulla scheda. Ha detto che voleva che fosse così, e gli elettori hanno accettato. Se i sondaggi sono corretti – vedremo – al momento sembrano indicare che i repubblicani perderanno il controllo della Camera e forse anche del Senato. È un giudizio molto negativo su Trump, sulle sue politiche economiche e, direi, sulla persona di Trump. Molti indipendenti e un numero crescente di repubblicani non hanno mai apprezzato molto Trump. Non gli piace il suo comportamento né l’approccio che adotta su molte questioni. Non è semplicemente che i democratici siano diventati la maggioranza negli Stati Uniti: sono molti indipendenti e repubblicani a pensare che, non potendo votare contro Trump, perché non è candidato, debbano sfogare la propria frustrazione votando contro i repubblicani. Penso che è quello che accadrà”.
E per i dem invece?
“Per i democratici il tema centrale è stato quello che chiamano ‘affordability’: soprattutto inflazione, insicurezza economica e timori per il lavoro. Nel 2024 gli elettori scelsero Trump perché ritenevano che Biden non avesse gestito bene l’economia e non pensavano che Kamala Harris avrebbe fatto meglio. Pensavano che con Trump sarebbero stati in mani sicure, ma non ha mantenuto la promessa. Stanno sfogando ora la loro frustrazione. È vero che una ragione per cui la benzina costa di più è la guerra nel Golfo, ma gli elettori non stanno votando contro la guerra: stanno votando contro le conseguenze dell’aumento dei prezzi. È un aspetto importante, che potrebbe incidere sulle decisioni di Trump dopo il voto”.
Se i democratici conquistassero una o entrambe le Camere, come reagirebbe Trump?
“Trump divide il mondo in due categorie: vincenti e perdenti. Lui si considera un vincente, quindi, se i repubblicani perderanno la Camera o il Senato, non sarà colpa sua ma di qualcun’altro. Dirà che i candidati hanno condotto campagne sbagliate e che, nonostante la sua presenza in diversi Stati, erano così deboli da non poter essere salvati neppure da lui. Non la considererà una bocciatura personale, ma del Partito repubblicano. Credo che diventerà un po’ più imprevedibile di quanto non sia stato nel primo mandato, cosa che sembra difficile da immaginare, vista la sua scarsa capacità di concentrarsi a lungo. I democratici, in una o in entrambe le Camere, cercheranno di usare le commissioni parlamentari per indagare sull’amministrazione Trump nelle rispettive aree di competenza. Sarà un periodo molto sgradevole per lui. I dem si adopereranno affinché ogni commissione del Congresso indaghi su Trump nell’ambito delle proprie competenze. Ogni aspetto dell’amministrazione Trump, non solo nei primi due anni, ma nei primi sei anni, a partire dal primo mandato. Si rivelerà molto spiacevole per Trump e lui lo sa bene. Quindi, dal punto di vista politico, saranno due anni difficili per Trump”.
Quanto potrebbe un Congresso ostile limitare i poteri di Trump in politica estera?
“La capacità del Congresso di contenerlo, soprattutto in politica estera, è piuttosto limitata. La Costituzione attribuisce al presidente la responsabilità principale di definire e illustrare la politica estera. Trump, in realtà, non ha una vera politica, ma è lui a prendere le decisioni e questo non cambierà. Il Congresso potrà criticarlo e convocare audizioni; per limitarlo con una legge servirebbero maggioranze in entrambe le Camere e, in caso di veto presidenziale, due terzi dei voti per superarlo. È possibile che i democratici mettano Trump sotto impeachment, e forse facciano lo stesso con il capo del Pentagono Pete Hegseth, ma l’impeachment alla Camera non equivale alla condanna al Senato: servono 67 voti su 100. Non vedo come possano raggiungerli nei prossimi due anni. Potrebbero convincere tre o quattro repubblicani, arrivando a 58 o 59 voti, ma non a 67”.
Le elezioni in Israele e negli Stati Uniti possono influenzare la decisione su un nuovo attacco in Iran?
“Non credo che il voto americano o quello israeliano di questa settimana avranno un impatto su Trump. Non so cosa farà, e non credo che lo sappia neppure lui. Ha certamente chiesto ai militari di compiere i preparativi necessari per lanciare un nuovo attacco. Se decidesse di farlo, potrebbe agire abbastanza facilmente. Ma non penso che i risultati elettorali, di per sé, avranno un effetto concreto. Non c’è modo di prevedere cosa accadrà, anche perché non credo che Trump lo sappia. Le notizie secondo cui Jd Vance starebbe cercando di contattare alcuni esponenti della linea dura iraniana per negoziare mi sembrano una battaglia persa in partenza: i falchi non vogliono trattare. Ma questo mostra che non è stata presa una decisione definitiva. Dopo il voto, Trump deciderà. Potrebbe riprendere una campagna molto intensa di attacchi aerei contro obiettivi militari iraniani, oppure dichiarare vittoria e tornare a casa, o scegliere una via intermedia. È così che agisce: quando arriva il momento di decidere, si sveglierà martedì o mercoledì mattina, il 4 novembre, e valuterà come si sente”.
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