Elezioni in Israele, la politologa Melcangi: “Tanti scenari, scommetterei solo sulla ripresa del conflitto con l’Iran”

Dopo il voto per il rinnovo della Knesset, la politologa Alessia Melcangi, docente di Storia del Medio Oriente all’Università La Sapienza di Roma, descrive una situazione politica in Israele complessa e potenzialmente bloccata. I partiti arabi risultano determinanti per la formazione di una maggioranza; l’elettorato è molto polarizzato e consolidato nelle proprie posizioni. Sullo sfondo regionale permane il rischio di un’escalation e, a livello internazionale, si avvicinano le elezioni di Midterm negli Stati Uniti, che possono influenzare dinamiche e scelte dei leader.

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha esortato a evitare nuove elezioni per non ricadere in un periodo di continua instabilità governativa. Il voto ha lasciato il Likud di Netanyahu con 27 seggi su 120; il blocco a lui vicino ha complessivamente 53 seggi, mentre lo schieramento anti-Netanyahu dispone di 48 seggi e, con l’appoggio dei partiti arabi, potrebbe arrivare a 67 seggi.

L’ago della bilancia

I partiti arabi sono considerati l’ago della bilancia perché dispongono di numeri significativi e hanno dimostrato capacità di mobilitare l’elettorato. Uno sviluppo possibile e logico sarebbe una maggioranza guidata dall’opposizione, con un sostegno esterno dei partiti arabi, che permetterebbe di superare lo stallo. Non esisterebbe, secondo Melcangi, un divieto giuridico assoluto a collaborare con le forze arabe; eventuali resistenze sono principalmente di natura politica e d’opinione pubblica. Secondo dati governativi pubblicati ad aprile, gli arabi israeliani costituiscono circa il 21,1% della popolazione nazionale.

Melcangi osserva che il Likud tenta di delegittimare i partiti avversari rivolgendosi alla propria base e all’opinione pubblica esterna. La polarizzazione interna è forte e gli elettori appaiono consolidati nelle loro scelte: chi ha votato lo ha fatto con convinzione, e le manifestazioni contro Netanyahu riflettono questo grado di polarizzazione. Perciò, secondo l’analisi, attacchi retorici ai partiti arabi difficilmente modificheranno l’esito del voto.

Riguardo a un governo di unità nazionale, Melcangi ritiene meno probabile che l’opposizione si allei con il Likud finché la leadership rimane quella di Netanyahu. Potrebbe essere più percorribile in assenza della sua figura, ma l’attuale situazione personale e politica di Netanyahu rende improbabile un accordo stabile. Restano diversi scenari possibili, inclusa l’eventualità di nuove elezioni, nonostante l’appello del presidente Herzog a evitarle.

L’Iran e Midterm

Sull’esito più probabile, Melcangi ipotizza che Netanyahu possa ricorrere a un’escalation del conflitto, in particolare con l’Iran, per riportare il Paese in una situazione d’emergenza che favorisca il suo mantenimento al potere o ne permetta il prolungamento oltre accordi politici temporanei. Questo estratto di politica estera verrebbe usato come leva per consolidare consenso interno.

Un fattore esterno rilevante sono le elezioni di Midterm negli Stati Uniti: un risultato negativo per Trump potrebbe diventare una variabile in grado di favorire il ricorso a operazioni esterne. Le operazioni militari congiunte e le pressioni sulle rotte petrolifere sono parte di un quadro complesso in cui attori come Trump e Netanyahu potrebbero ritenere utile una forte dimostrazione esterna per distogliere l’attenzione da problemi interni.

Melcangi sottolinea che non esiste una soluzione rapida per la crisi nello Stretto di Hormuz: la diplomazia statunitense potrebbe cercare una soluzione negoziata che stemperi le tensioni con l’Iran, oppure si potrebbe ricorrere a misure più clamorose per distrarre l’opinione pubblica. Al momento, il blocco navale e le sanzioni hanno limitato l’impatto economico iraniano ma non hanno indotto cambiamenti decisivi nel governo di Teheran, che ha dimostrato capacità di resistenza alle pressioni internazionali.