La ripresa dello scontro tra Iran e Stati Uniti mette in luce i limiti dell’accordo raggiunto nei mesi scorsi, costruito su ambiguità che ne hanno permesso la stipula temporanea ma non hanno risolto le questioni fondamentali. Secondo Ali Vaez, direttore del programma Iran presso l’International Crisis Group, le recenti tensioni nello Stretto di Hormuz non rendono superflui i negoziati sul nucleare, anzi ne accentuano l’urgenza. In un’intervista all’Adnkronos, l’analista avverte del rischio di una spirale di escalation incontrollabile, con la possibilità che il conflitto si estenda ad altri attori regionali e si alimenti da sé.
Quali sono i fattori che hanno determinato la ripresa dello scontro armato tra Iran e Stati Uniti?
“Il memorandum è fallito perché ha mascherato divergenze strategiche invece di affrontarle. L’ambiguità che aveva facilitato l’accordo ha contribuito anche al suo collasso: le questioni di fondo tra le parti sono rimaste irrisolte, rendendo l’intesa estremamente vulnerabile.”
Ha ancora senso parlare di negoziati sul programma nucleare iraniano, o ormai la contesa si concentra esclusivamente sullo Stretto di Hormuz?
“Paradossalmente, gli scontri nello Stretto di Hormuz rafforzano la necessità della diplomazia sul nucleare. Nessuna delle parti può probabilmente migliorare in modo significativo la propria posizione negoziale con la guerra; il confronto militare non risolve le divergenze strategiche alla base della crisi.”
Donald Trump può sostenere politicamente un conflitto prolungato ma a bassa intensità, oppure l’attuale situazione favorisce strategicamente l’Iran?
“Non c’è un vantaggio netto per nessuna delle due parti. L’Iran conta sul fatto che l’aumento dei prezzi dell’energia possa erodere il sostegno politico verso Trump, mentre Washington pensa che una pressione militare ed economica prolungata possa logorare Teheran. Entrambe potrebbero tuttavia sovrastimare la propria capacità di resistenza.”
C’è il rischio che il conflitto si allarghi nuovamente a Israele o alle monarchie del Golfo?
“Il pericolo principale non è soltanto un’escalation orizzontale, cioè l’ingresso di nuovi attori, ma un’escalation che si autoalimenta. Quando le parti arrivano a credere che una guerra più ampia sia inevitabile, adottano misure che rendono realmente inevitabile quel conflitto. Questa dinamica è la più preoccupante in questo momento.”