Dopo il voto della Commissione Envi del Parlamento europeo sulla revisione del Regolamento Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), che conferma l’urea tra le materie prime soggette al nuovo meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il livello di guardia per gli effetti che rischia di produrre sulle industrie europee del pannello e, a cascata, sull’intera filiera del legno-arredo, si è ulteriormente alzato. Assopannelli di FederlegnoArredo esprime infatti forte preoccupazione e dissenso rispetto all’orientamento emerso che, di fatto, consente che filiere manifatturiere strategiche vengano indebolite. “Non possiamo accettare che decisioni assunte con finalità ambientali, e quindi condivisibili negli obiettivi, si traducano in un ulteriore indebolimento della competitività delle imprese europee, senza che esistano alternative concrete di approvvigionamento all’interno dell’Unione”, afferma in una nota Assopannelli di FederlegnoArredo, che da mesi sottopone all’attenzione delle istituzioni italiane ed europee le conseguenze negative che tali provvedimenti hanno sul settore, chiedendo nello specifico di introdurre maggiore pragmatismo e flessibilità nell’applicazione del regolamento, sostenendo l’introduzione di meccanismi di sospensione temporanea in presenza di circostanze eccezionali e, soprattutto, l’esclusione dell’urea dall’ambito di applicazione del CBAM e di prevedere misure volte a tutelare le industrie a valle che subiranno impatti economici sproporzionati.
“L’urea – spiega Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli – costituisce una materia prima strategica per la produzione di resine e colle utilizzate nei pannelli a base legno che incidono per circa il 43% dei costi diretti di produzione. L’entrata in vigore dell’obbligo di acquisto dei certificati Cbam da gennaio 2026 potrebbe determinare un costo aggiuntivo per l’urea compreso tra 40 e 60 euro per tonnellata nel solo 2026, e tradursi in incrementi dei costi dei pannelli nell’ordine del 10-12% alla fine dei primi 4 anni di applicazione. Un aggravio – prosegue Fantoni – che non si fermerebbe ai produttori di pannelli, ma si propagherebbe lungo tutta la catena del valore, incidendo sulla competitività delle aziende del mobile e dell’arredo e, inevitabilmente, sui prezzi finali per i consumatori. Il prezzo dell’urea ha registrato negli ultimi anni oscillazioni significative, raggiungendo in alcune fasi livelli prossimi ai 900 dollari per tonnellata, pertanto l’introduzione di ulteriori oneri rischia di amplificare un quadro già particolarmente gravoso per le imprese”.
Situazione resa ancora più critica dalla forte dipendenza dell’Europa dalle importazioni di urea provenienti da Paesi extra-UE. Nel 2023 oltre l’80% delle importazioni italiane di urea è arrivato da Paesi terzi, in particolare da Egitto, Algeria e Nigeria, mentre – spiega Assopannelli – la quota proveniente dall’Unione europea è rimasta inferiore al 20%. Assopannelli continuerà a mantenere alta l’attenzione sul tema, affinché nei mesi che ci separano dal voto del Parlamento europeo, vengano fatte proprie le esigenze delle industrie coinvolte preservando così la competitività dell’intera filiera del legno-arredo. “C’è ancora la possibilità di costruire una normativa – conclude Fantoni – che coniughi la tutela dell’ambiente con la salvaguardia della capacità industriale europea, lavoreremo pertanto in tale senso”.
(Adnkronos – Lavoro)
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