**Iran: Pedde (Igs), ‘Khamenei ha traghettato la Repubblica islamica, con Mojtaba potere si sposta ai militari’**

Con la morte di Ali Khamenei e la salita al potere del figlio Mojtaba, l’Iran entra in una fase di profonda trasformazione in cui la figura della Guida Suprema perde parte della sua centralità e il sistema evolve verso una struttura sempre più nazionalista e influenzata dalle forze militari. È questa la valutazione di Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies (Igs), che nell’intervista all’Adnkronos analizza il ruolo svolto da Khamenei senior, le conseguenze della sua scomparsa e il significato della transizione verso Mojtaba per un sistema già in mutamento.

Secondo Pedde, Khamenei ha svolto il ruolo di «traghettatore» dalla prima alla seconda Repubblica islamica: erede di Ruhollah Khomeini ma con un profilo molto diverso, meno autorevole sul piano religioso e più orientato alla gestione politica quotidiana e al pragmatismo. La sua elezione nel 1989 fu il risultato di un compromesso, in alternativa all’ayatollah Hossein Ali Montazeri, per garantire continuità in assenza di un successore riconosciuto unanimemente nel clero sciita.

Da allora il ruolo della Guida Suprema si è trasformato: non più un vertice assoluto e decisionista ma l’«ultimo vertice» di un sistema complesso e pluralista chiamato a mediare tra posizioni interne spesso conflittuali. Khamenei ha adottato posizioni meno radicali rispetto alle frange più oltranziste emerse nella prima fase rivoluzionaria e ha cercato di sintetizzare e armonizzare linee politiche diverse per definire un indirizzo unitario. Questa evoluzione si è intrecciata con la guerra con l’Iraq e la successiva ricostruzione economica, segnando il passaggio dall’Iran rivoluzionario a una fase post-rivoluzionaria.

Nel corso dei decenni Khamenei ha attraversato stagioni politiche diverse — dal pragmatismo alla fase riformista fino all’ondata ultraconservatrice di Mahmoud Ahmadinejad — riuscendo, secondo Pedde, più a svolgere una funzione di equilibrio che di comando diretto e a gestire trasformazioni importanti per preservare la continuità del sistema. Negli ultimi anni, però, questa capacità si sarebbe progressivamente indebolita, anche per l’affermarsi di una nuova generazione di potere legata agli apparati militari anziché al clero.

La sfida più rilevante, osserva l’analista, è arrivata dall’interno dell’area conservatrice, in particolare con la presidenza di Ahmadinejad: la retorica più radicale e i richiami mahdisti di quella stagione misero in discussione la stabilità del sistema e, indirettamente, anche l’autorità della Guida Suprema. Negli ultimi anni la complessità politica si è poi aggravata per l’aumento delle pressioni internazionali, l’isolamento, le sanzioni e il programma nucleare, fino a spingere il conflitto oltre passaggi che potevano essere considerate «linee rosse» nei rapporti con Israele e gli Stati Uniti.

In questo quadro si inserisce la figura di Mojtaba Khamenei, indicato come successore ma percepito più come elemento di legittimazione che come centro decisionale effettivo. Per Pedde, la sua nomina segna un’ulteriore erosione del peso religioso a favore dell’apparato militare, una dinamica che riflette la trasformazione strutturale della Repubblica islamica e un allontanamento rispetto alla sua impostazione teocratica originaria.

Mojtaba è al momento poco visibile pubblicamente e si è rivolto all’opinione pubblica soprattutto con messaggi scritti, il che solleva interrogativi sul suo reale stato di salute e sull’effettiva capacità della Guida Suprema di esercitare potere diretto. La sua designazione, secondo alcune ricostruzioni, non sarebbe stata pienamente sostenuta nemmeno dal padre, per il timore di una trasmissione dinastica del potere in contrasto con i principi fondativi della Repubblica islamica. In questo scenario, Mojtaba assume soprattutto una funzione di legittimazione dell’establishment, mentre il potere operativo sembra spostarsi altrove.

Sul piano internazionale, Pedde ritiene che l’Iran esca dal conflitto con una posizione negoziale rafforzata, grazie alla capacità di deterrenza e ad alcune leve strategiche ed economiche, in particolare il controllo sullo Stretto di Hormuz e le avanzate capacità missilistiche e dei droni. Questo conferisce a Teheran una posizione più solida nei rapporti negoziali con gli Stati Uniti. Tuttavia il problema centrale resta interno: l’economia.

Se l’Iran dovesse ottenere benefici economici significativi e riuscire a ridurre inflazione e disoccupazione, il sistema potrebbe stabilizzarsi e attenuare la pressione del dissenso interno. Miglioramenti economici darebbero ai vertici della Repubblica la prospettiva di continuità e potrebbero favorire ulteriori trasformazioni politiche, ma non è probabile — secondo Pedde — un cambiamento di regime come auspicato da parte della diaspora. Più probabile, con tutte le incognite del caso, è un’evoluzione verso un autoritarismo a matrice militare simile a quelli presenti nella regione.