US official Wilkie says Trump reiterated strategic ambiguity on Taiwan

Dal summit tra Trump e Xi Jinping non sono emerse novita sostanziali, ma Taiwan resta comunque una leva nelle mani di Washington. Lo ha dichiarato Richard Wilkie, presidente del Center for American Security ed ex sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, durante la diretta Adnkronos dalla Lennart Meri Conference di Tallinn. Wilkie ha osservato che il presidente ha riaffermato l’ambiguita strategica sulla questione di Taiwan – una linea seguita dai presidenti americani a partire da Nixon – rifiutando di rispondere a domande sul ruolo difensivo degli Stati Uniti verso Taipei. Ha pero ricordato che, prima dell’incontro, Trump aveva firmato un consistente pacchetto di trasferimenti di armamenti a Taiwan, destinato a rafforzarne rapidamente le capacita difensive.

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Sul piano europeo, Wilkie ha tracciato un quadro critico delle principali potenze. Ha sottolineato la limitatezza delle forze britanniche, usando l’immagine che <>, e ricordando che la Royal Navy dispone di dieci cacciatorpediniere ma non e riuscita a inviare una nave per proteggere la base britannica a Cipro da possibili minacce iraniane. Ha inoltre rilevato che la Francia sta spendendo meno del previsto nonostante gli impegni presi. Anche l’Italia e stata oggetto di osservazioni critiche: Wilkie, che ha un legame familiare con il Paese grazie al cognome materno Gambino, ha citato il giudizio dell’ammiraglio Cavo Dragone secondo cui le forze armate italiane sarebbero <>. Pur riconoscendo che l’Italia e un Paese ricco e che la premier Giorgia Meloni affronta pressioni politiche sul tema della spesa militare, Wilkie ha sottolineato che le semplici dichiarazioni di sostegno all’Ucraina non bastano a garantire la sicurezza europea.

Wilkie ha concluso evidenziando un paradosso storico e geografico: a investire maggiormente nella difesa non sono tanto i Paesi ricchi dell’Europa occidentale quanto alcuni Stati dell’est, dove la memoria della minaccia rappresentata sia dal fascismo sia dall’Unione Sovietica ha lasciato un’impronta duratura sulla percezione della deterrenza.