Cinque anni dopo il ritorno al potere dei Talebani in un Afghanistan devastato da decenni di conflitto, il movimento cerca riconoscimento internazionale mentre aumenta il controllo sulla popolazione e restringe diritti e libertà, limitando anche la libertà di informazione. Il Paese è considerato da alcuni più stabile, ma quasi metà della popolazione dipende dagli aiuti umanitari e la situazione umanitaria resta grave. Il governo talebano non è riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale, sebbene delegazioni del movimento abbiano partecipato a incontri all’estero; la Russia è stata l’unico Paese ad averlo riconosciuto formalmente. A giugno il Belgio ha concesso i visti a cinque rappresentanti del governo talebano per permettere un incontro con la Commissione Europea sul tema dei rimpatri di cittadini afghani senza titolo di soggiorno nell’UE.
Quella del 15 agosto 2021, quando i Talebani entrarono a Kabul mentre l’allora presidente Ashraf Ghani fuggiva, rimane una data spartiacque: immagini di esodi disperati e evacuazioni sono ancora vivide. Oggi i Talebani tentano aperture diplomatiche con diversi Paesi: la Cina ha inviato a Kabul il capo della diplomazia, ci sono contatti intermittenti con il Pakistan e rapporti di lavoro con Cina, Emirati, India e Turchia su temi commerciali e di estrazione, secondo l’Economist. Anche gli Stati Uniti restano parte della vicenda: l’accordo di Doha del febbraio 2020 ha tracciato la strada del ritiro internazionale, concretizzatosi in agosto 2021, e le questioni relative a basi e presenze militari continuano a essere discusse a livello politico.
La questione della sicurezza rimane centrale. Secondo un ex capo della sezione contro‐intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, i Talebani cercano di uscire da una situazione critica proponendo la lotta contro lo Stato islamico nella provincia del Khorasan (Is‐K), un tema che interessa anche potenze come Russia, Cina e Stati Uniti.
Lo Stato islamico, osserva la fonte, mantiene capacità significative in alcune aree e controlli territoriali consolidati in province come Nangarhar, al confine con il Pakistan, dove gestisce attività economiche illegali e traffici che includono anche l’estrazione e l’esportazione illecita di minerali. I Talebani, al contrario, continuano a sostenere che l’Is sia stato eliminato: lo ha dichiarato a maggio il portavoce Zabihullah Mujahid.
Economia della droga, crisi umanitaria e diritti negati sotto il regime talebano
Il divieto sulla coltivazione dell’oppio imposto nell’aprile 2022 è stato un banco di prova per il nuovo governo. I campi di papavero sono diminuiti e la produzione di oppio grezzo si è ridotta, ma secondo osservatori il Paese ha aumentato la produzione di droghe raffinate, come l’eroina, e sta investendo nella metanfetamina. Secondo dati dell’UNODC, nel 2025 risultavano coltivati circa 10.200 ettari a oppio, rispetto ai 232.000 ettari stimati prima del divieto: la superficie e la produzione di oppio sono dunque calate, mentre la produzione e il traffico di sostanze sintetiche continuano a crescere.
Questo quadro è parte della stabilità relativa che i Talebani sostengono di aver instaurato, ma l’Afghanistan fatica ad attrarre investimenti e molte condizioni di vita sono peggiorate. Tra metà settembre 2023 e fine maggio 2026 circa sei milioni di persone sono rientrate dall’Iran e dal Pakistan, secondo l’OIM. Tra le risorse del Paese, riferiscono fonti interne e osservatori, resta la presenza di oltre la metà dei dipendenti pubblici rimasti in servizio nonostante le fughe del 2021; la Banca Mondiale stima entrate governative intorno a quattro miliardi di dollari l’anno, quasi il 60% in più rispetto al 2020, frutto di maggiori imposte e di presunti sforzi contro la corruzione.
Con finanziamenti esterni e aiuti ridotti, l’Afghanistan rimane una delle più gravi crisi umanitarie mondiali: circa 21,9 milioni di persone (10,7 milioni di donne e ragazze) necessitano di assistenza, pari a circa il 45% della popolazione. Save the Children segnala che quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di wasting, una forma grave di malnutrizione acuta, e che nel secondo trimestre del 2026 la malnutrizione acuta infantile è peggiorata in circa due terzi delle province rispetto all’anno precedente. Emergency riferisce che nei primi sei mesi dell’anno il 70% dei pazienti ricoverati per trauma nell’ospedale di Kabul era ferito a causa di violenza o conflitti (ferite da arma da fuoco, tagli, schegge, mine) e che a Kabul e Lashkar‐gah si registra un aumento di casi gravi e di decessi all’arrivo, anche per i ritardi nel raggiungere le strutture sanitarie.
La situazione dei diritti delle donne e delle ragazze è particolarmente grave. Le Nazioni Unite documentano oltre cento decreti che hanno colpito donne e ragazze, istituzionalizzando discriminazioni e limitando l’accesso all’istruzione, al lavoro, alla vita pubblica, alla giustizia e all’assistenza sanitaria; nell’ultimo anno l’esclusione si è intensificata. Georgette Gagnon, vice rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu e responsabile della missione UNAMA, ha chiesto alle autorità di rimuovere le restrizioni, consentire la piena partecipazione di donne e ragazze e proteggere diritti e libertà fondamentali, oltre a rispondere alle preoccupazioni internazionali su sicurezza e terrorismo.
Anche la libertà di stampa è stata pesantemente limitata: Reporters Sans Frontières denuncia oltre venti direttive nazionali e numerosi decreti provinciali volti a smantellare il lavoro dei media. Critiche al regime sono vietate, il dibattito politico è stato fortemente ridotto e la trasmissione di immagini di esseri viventi è stata in alcuni casi proibita. Human Rights Watch segnala intimidazioni, arresti arbitrari e torture contro giornalisti, attivisti e voci critiche; centinaia di membri delle forze di sicurezza dell’era di Ashraf Ghani risultano vittime di sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali.
Generale Battisti: “Cinque anni fa comunità internazionale abbandonò popolazione dopo averla illusa”
A tracciare un quadro delle vicende recenti è il generale Giorgio Battisti, primo comandante del contingente italiano nella missione ISAF in Afghanistan e membro del Comitato Atlantico. Secondo il generale, la caotica evacuazione internazionale del 2021 lasciò la popolazione locale abbandonata dopo circa vent’anni di presenza occidentale: i Talebani entrarono a Kabul il 15 agosto senza sparare, e il ritiro, avviato dagli Stati Uniti e paragonato da Battisti alla caduta di Saigon nel 1975, fu accompagnato da un consistente ponte aereo a cui si adeguarono anche altri Paesi occidentali. L’Italia, con l’operazione interforze ‘Aquila Omnia’, evacuò oltre 5.000 persone, di cui 4.890 afghani, in gran parte collaboratori del contingente italiano e le loro famiglie; l’operazione, definita ad alto rischio, fu condotta dai comandi in patria e dalle forze armate dispiegate all’aeroporto di Kabul.
Il generale ricorda che il ritiro era stato pianificato dopo gli accordi di Doha del 29 febbraio 2020 e attuato sotto la presidenza Biden nel pieno della cosiddetta ‘stagione dei combattimenti’, nonostante riserve da parte di militari e servizi di intelligence statunitensi. Battisti sostiene che il preavviso limitato contribuì alla demoralizzazione delle forze di sicurezza afghane; se il ritiro fosse avvenuto in autunno o inverno o con maggiore anticipo, la situazione avrebbe potuto evolversi diversamente. Con più tempo e un avviso americano più lungo, l’evacuazione dei collaboratori locali avrebbe potuto essere anticipata e svolta con minori rischi, eventualmente da aeroporti alternativi come Herat, controllato dalle forze italiane fino ai primi di giugno; altri Paesi, come la Francia, riuscirono a recuperare i propri collaboratori già a maggio 2021, quando il collasso delle forze afghane era diventato prevedibile.