Dal Canavese le capote per Porsche e Aston Martin, la storia di Cisla che ‘corre’ lontano dalla crisi

Produrre prodotti di nicchia e di alta precisione per marchi di automotive conosciuti in tutto il mondo come Bmw, Aston Martin e Porsche. Ma anche per aziende leader nel settore ferroviario come Alstom. Senza spostarsi dal Canavese, Piemonte, e senza perdere la propria anima ‘made in Italy’. Il segreto? Lo racconta in un’intervista ad Adnkronos/Labitalia, Giancarlo Buffo, Ceo di Cisla srl, pmi con 20 milioni di euro di fatturato e 70 dipendenti che, nonostante le crisi internazionali, le ‘fiammate’ dei prezzi dell’energia e le incertezze dei mercati, guarda al futuro scommettendo su un possibile ruolo economico sempre più centrale del nostro Paese e dell’Europa.

Giancarlo Buffo, quando nasce la vostra azienda e quali sono i vostri numeri oggi?

Cisla è un’azienda a carattere familiare nata nel 1962 come azienda artigianale, si è sviluppata dagli anni 90 in poi con l’ingresso della seconda generazione. Ci occupiamo di stampaggio a caldo di acciaio e di lavorazioni meccaniche in un’area che è quella del Canavese occidentale, che è particolarmente ricca di aziende di questo settore. In questo territorio infatti si produce circa il 60% della produzione nazionale di stampaggio a caldo, che rappresenta circa un 10% del prodotto complessivo sul mercato europeo e un 3% della produzione mondiale. I numeri di Cisla sono quelli di una piccola e media impresa che in questo momento si attesta sui 20 milioni di euro di fatturato con 70 dipendenti.

I prodotti che realizzate in quali settori vengono utilizzati?

Nel corso degli anni abbiamo fatto una notevole differenziazione, cercando di individuare quali erano i settori e i prodotti sui quali potevamo avere un valore aggiunto differente. Questa differenziazione va dall’automotive al nucleare al truck, al ferroviario, allo sportivo e in parte ancora al mercato agricolo. Questa differenziazione ci ha consentito anche una riduzione totale del rischio perché sono aumentati il numero dei clienti, soprattutto a livello estero, con un contributo percentuale di ogni cliente che non incide complessivamente sul fatturato in caso di decrescita da parte di taluni di essi.

Quali sono, secondo la sua esperienza, sostanzialmente le caratteristiche della vostra azienda che vi hanno permesso di differenziare? 

Molto dipende dal fatto che in questo territorio c’è una concentrazione di piccole e medie imprese che si sono specializzate in questo settore produttivo, è una tradizione storica. Questo ci ha consentito anche di presentarci sui mercati internazionali. Su questo aspetto ci sarebbe ancora da lavorare, però, perché oggi le presentazioni sui mercati internazionali avvengono attraverso un’iniziativa diretta di ogni singola azienda. Manca un aspetto, che potrebbe essere importante, di marketing territoriale, cioè di promozione complessiva di questo territorio, sulla specializzazione produttiva dello stampaggio a caldo.

Quali le multinazionali più importanti con cui collaborate?

Lavoriamo con parecchie multinazionali. Nel settore ferroviario, ad esempio, con Alstom, con Knorr-Bremse. Nel settore automobilistico lavoriamo con aziende di particolare importanza a livello europeo su una nicchia di prodotti, ad alto valore aggiunto. Quindi con Porsche, con Aston Martin, con Bmw, solo per fare alcuni esempi. Negli altri settori c’è una differenziazione produttiva molto forte che va da componenti che vanno ad esempio sui sistemi di sicurezza per le per il sistema sportivo, soprattutto per le cabinovie, le seggiovie degli impianti di risalita. Nel settore dei truck facciamo dei particolari di sicurezza per quanto riguarda la movimentazione, quindi leve sterzo per il settore dei truck su più customer, cioè su più clienti a livello internazionale.

Concretamente a cosa servono i vostri prodotti in queste auto che rappresentano ancora oggi il sogno della maggior parte dei consumatori?

Sono prodotti di nicchia perché ci siamo specializzati nei cinematismi di movimentazione delle capote delle vetture, quindi facciamo i componenti per la movimentazione delle capote delle vetture. Questa è una nicchia di mercato particolare, perchè in parte le grandi aziende costruiscono internamente questi queste capote e noi diamo il cinematismo completo assemblato oppure i singoli prodotti che vengono assemblati all’interno di queste aziende. Poi ci sono tre player internazionali che invece sono dediti alla vera e propria realizzazione delle capote, in taluni casi le nostre vendite passano attraverso questi player.

L’Italia ha alle spalle una grande storia produttiva nel settore dell’automotive, soprattutto nel vostro territorio ma anche in altri. Secondo lei, cosa manca per il rilancio dell’automotive in questo periodo di crisi? E effettivamente ci può essere una ripresa di questo comparto in Italia?

Le strutture che servono le aziende del settore automotive nel nostro Paese sono molto specializzate, tant’è che anche gli altri competitor a livello internazionale si rivolgono al nostro mercato per avere una serie di prodotti che sono necessari alla loro catena del valore, quindi alla costruzione dei loro modelli. Io credo che se c’è la volontà di fare un investimento per mantenere quanto è rimasto nel nostro Paese, per svilupparlo anche in termini futuri, ci sono le condizioni di base. Noi non abbiamo sotto questo punto di vista un gap di servizi al sistema dell’automobile. Certo è che le politiche che sono state messe in campo in modo inappropriato, anche con una certa cecità a livello europeo, soprattutto per quanto riguarda l’estremizzazione del concetto di green e quindi di produzione totale, hanno messo in crisi complessivamente il sistema delle dell’automotive a livello multinazionale, tant’è che la produzione dei nuovi modelli si è rallentata. Occorre avere le idee chiare sul futuro, su quale sarà la parte complessiva che verrà dedicata alla costruzione di veicoli totalmente elettrici o oppure green, oppure a sistemi misti che mi pare che siano quelli più adatti a un cambiamento del sistema.

Come sta impattando questa situazione di instabilità a livello internazionale sulla vostra operatività?

Ad oggi, fortunatamente, non abbiamo una decrescita complessiva delle richieste, quindi degli ordinativi. Questo è dovuto al fatto che i nostri prodotti sono posizionati su un livello di qualità e un livello di servizio che probabilmente è difficile da trovare in altri in altri Paesi europei e forse anche a livello internazionale. Quello che spicca è che, soprattutto le multinazionali, cominciano ad inviarci delle richieste per individuare se la situazione internazionale ha causato nel nostro settore, o nella nostra catena di produzione, dei ‘blocchi’ riferiti al reperimento della materia prima, piuttosto che a problemi di energia. Questo significa che anche le multinazionali stanno ridisegnando la catena del valore dei loro prodotti. Sotto questo punto di vista credo che l’Europa oggi possa avere le carte in regola per affrontare questa situazione di crisi. Perché un aspetto che non viene considerato da molti operatori a livello internazionale è il rischio Paese. Ecco, in questa direzione, in Italia, ma complessivamente anche in Europa, il rischio Paese è ridotto rispetto ad altri continenti e altre zone del mondo in questo momento.

Ma l’Italia è anche uno dei Paesi che paga più di tutti l’energia e siamo un Paese senza materie prime in alcuni comparti. Voi come fronteggiate queste difficoltà?

Oggettivamente il costo dell’energia è più alto rispetto ad altri Paesi, e credo che le misure che sono state messe in campo per i prossimi anni anche dal governo del nostro Paese vadano nella direzione giusta, e cioè di avere una maggiore autonomia energetica e una politica che affronti questo tema, perché oggi l’energia è uno dei fattori di competitività del sistema. Noi affrontiamo il tema, e credo che tutte le piccole e medie imprese italiane lo facciano, garantendo una catena di fornitura, perché le materie prime sono reperibili, le acciaierie che abbiamo nel nostro Paese producono la materia prima necessaria per la realizzazione dei nostri componenti. La competitività oggi non si basa esclusivamente sul prezzo, ma mette assieme anche degli altri valori che sono un valore di servizio, in linea con le disposizioni europee per quanto riguarda la sicurezza, per quanto riguarda i sistemi di produzione. Quindi c’è una componente all’interno del prezzo dei nostri prodotti che oggi non è direttamente collegata al solo costo della materia prima o dei fattori produttivi reali. Questo è un punto di forza e credo che in Europa occorrerebbe avere delle politiche che vadano in questa direzione e cioè che mettano in evidenza che i sistemi produttivi europei sono molto avanzati rispetto agli altri paesi. E chiaramente il prezzo dei nostri prodotti tiene dentro questa componente significativa.

Lei quindi crede che, come è già avvenuto in passato, in situazioni di crisi internazionali chi ha le idee chiare può fare un salto di qualità. In questo caso può essere l’Europa ad avvantaggiarsi da questa situazione di incertezza?

In Europa abbiamo un problema di regolamenti che sono troppo stringenti rispetto al resto del mondo, però in una situazione di conflitto, dove emergono delle situazioni di criticità e di rischio paese molto elevate in altre zone del mondo, credo che questo possa essere un punto di vantaggio per l’Europa se si affronta il tema con una visione differente. L’Europa infatti non può continuare a legiferare su delle questioni marginali rispetti ai vari sistemi produttivi. Dovrebbe invece concentrarsi sul ruolo della manifattura nel nostro continente, che è molto importante e continua a essere l’asse trainante dello sviluppo complessivo del sistema europeo. Mi pare che politiche in questa direzione a livello europeo ce ne siano poche, nel nostro Paese la situazione fortunatamente è differente perché sono stati messi in campo una serie di iniziative di aiuti al sistema delle imprese che hanno contribuito e contribuiscono al mantenimento delle strutture produttive presenti. Se c’è un rischio che corriamo in Italia invece è quello del mantenimento delle governance delle aziende, che sono un vero e proprio punto di forza. Occorrerebbero iniziative di attenzione per il mantenimento delle governance all’interno del nostro Paese. Io ho scritto un libro che si chiama ‘Localismo strategico’, dove individuo una serie di proposte che vanno in questa direzione. In Italia il prodotto interno lordo per circa il 60% è fatto dal sistema delle piccole e medie imprese, quindi è inevitabile che occorre concentrare anche gli sforzi di investimento pubblico nel mantenimento di questa struttura che garantisce una ripartizione del reddito che viene creato in modo più equilibrato, rispetto ad altri sistemi che hanno concentrazioni di produzione solo su grandi imprese.

A suo parere, competenze e territori devono correre paralleli?

Nel nostro paese abbiamo nei diversi settori produttivi tutta una serie di competenze e di ‘Valley’ che possono generare grande valore aggiunto. Ma in queste ‘valley’ ci sono delle piccole e medie imprese che debbono essere riconosciute anche sotto l’aspetto finanziario, allora l’idea sarebbe quella di costruire un sistema di Valley che possa accedere complessivamente ad una quotazione sui mercati internazionali e sulle borse internazionali, facendo però attenzione a mantenere le governance delle singole imprese saldamente ancorate ai territori dove questi prodotti vengono realizzati. Quindi produzioni locali che guardino ad un mercato globale, mantenendo la produzione internamente nel nostro Paese, indipendentemente da dove questi prodotti verranno utilizzati.

All’interno del dibattito nel mondo del lavoro e dell’impresa è sempre più centrale il tema dell’intelligenza artificiale? Influisce giù sulla vostra attività e in che modo?

L’intelligenza artificiale è stata da anni inserita nei sistemi produttivi italiani. E’ un vantaggio tecnologico che consente di avere una razionalizzazione del sistema. Questo non significa che ci sarà una sostituzione totale dell’elemento uomo. Anzi, Io credo che su sull’intelligenza artificiale si stiano dicendo anche delle cose fuori tema, perchè in fondo l’Ia è governata dall’uomo e credo che la componente di governo di questi sistemi innovativi e produttivi possa creare delle condizioni di migliore assetto delle singole produzioni anche nei comparti manifatturieri. Ma occorre avere della manodopera che sarà sempre più qualificata, quindi l’investimento che dovrà essere fatto nei prossimi anni sarà quello del l’innalzamento del grado di professionalità, capacità e conoscenze anche di coloro che entreranno nei sistemi produttivi manifatturieri, perché dovranno essere in grado di programmare questi sistemi di inserimento graduale di intelligenza artificiale. E quindi ci sarà uno spostamento del lavoro su un livello più elevato di conoscenze. (di Fabio Paluccio)

(Adnkronos – Lavoro)

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