Dall’Iran agli F-35, com’è finita la bromance tra Trump e Netanyahu

La possibilità che il presidente americano Donald Trump venda caccia F-35 alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha esacerbato i già tesi rapporti tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il contraccolpo è nato soprattutto dopo che Netanyahu si è detto contrario alla vendita, definendo Erdogan un «dittatore antisemita» e accusandolo di sostenere Hamas. Trump, secondo quanto riferito, ha reagito con rabbia, ritenendo che Netanyahu non abbia alcun diritto di condizionare le sue decisioni, e ha annullato un incontro alla Casa Bianca con il premier. In precedenza, sempre stando a resoconti, Trump avrebbe insultato Netanyahu durante una telefonata e lo avrebbe accusato di ingratiutidine; pubblicamente, al G7 di Evian, lo avrebbe invitato ad essere «più responsabile», sostenendo che senza il suo supporto Israele non esisterebbe più, segnando la fine dell’apparente vicinanza personale tra i due leader.

Solo un anno prima Netanyahu aveva definito Trump il «migliore amico che Israele abbia mai avuto». Secondo un’analisi di Chatham House, la vittoria elettorale di Trump nel novembre 2024 era stata accolta con favore da Netanyahu, che durante l’amministrazione Biden avrebbe rinviato decisioni cruciali su Gaza e sugli ostaggi in attesa del ritorno di Trump alla Casa Bianca. Il gabinetto israeliano approvò un cessate il fuoco che permise il rilascio di 33 ostaggi proprio in tempo per l’insediamento di Trump. Tuttavia, dopo l’inizio del nuovo mandato, i due leader hanno mostrato posizioni divergenti: Trump ha proposto misure controverse come il trasferimento di palestinesi e ha presentato un piano di pace in 20 punti, oltre ad aver cercato di imporre un cessate il fuoco tra Israele e Hamas.

La guerra con l’Iran

La crisi con l’Iran ha messo in evidenza differenze ancora più profonde tra Netanyahu e Trump. Con il conflitto prolungato, l’amministrazione Trump ha cercato di coordinarsi con Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Pakistan per favorire un cessate il fuoco. Netanyahu, invece, ha voluto mantenere la pressione militare sull’Iran e su Hezbollah in Libano, nonostante l’alto costo umano e strategico, mentre le Forze di Difesa israeliane hanno riconosciuto che sradicare Hezbollah senza un’invasione di ampia scala è irrealistico.

Il risultato è stato il venir meno dell’aspettativa di Netanyahu di ricevere carta bianca da Trump su operazioni a Gaza, in Libano e contro l’Iran. Trump puntava a risultati rapidi per motivi politici e personali, mentre Netanyahu sembrava orientato a un confronto prolungato. La divergenza è stata accentuata dalla firma, da parte degli Stati Uniti, di un memorandum d’intesa con l’Iran e dalla richiesta a Israele di sospendere attività militari in Libano. Attualmente le truppe israeliane possono restare nel sud del Libano fino al disarmo di Hezbollah, e Netanyahu ha dichiarato l’intenzione di mantenerle per evitare tensioni interne prima delle elezioni. Trump, da parte sua, ha un forte interesse a che il cessate il fuoco regga per stabilizzare la situazione regionale; resta però incerto quanto gli Stati Uniti premeranno perché l’accordo venga rispettato, dato che finora le scadenze e le richieste rivolte a Israele appaiono vaghe e limitate.

Gli scenari

Netanyahu si avvia alle elezioni parlamentari di ottobre indebolito dalla rottura con Trump e con relazioni internazionali già compromesse dalla guerra a Gaza. Chatham House osserva come la dichiarazione del vicepresidente statunitense JD Vance — secondo cui Trump sarebbe l’ultimo grande leader alleato di Israele — rifletta la precarietà della situazione. I sondaggi in Israele indicano che Netanyahu, al momento, fatica a mettere insieme una maggioranza e che il sostegno al suo partito, il Likud, è stato eroso dagli attentati del 7 ottobre 2023, dalla gestione della crisi degli ostaggi, dall’incapacità di ottenere una vittoria decisiva su Hamas, oltre che dalle contestate riforme giudiziarie e dalle accuse di corruzione. Non è chiaro se il memorandum con il Libano influenzerà i sondaggi; per ora non sembra avere effetti determinanti.

È più difficile stabilire l’impatto concreto della frattura con Trump sull’esito elettorale. Nel 2015 Netanyahu aveva sfruttato il confronto con il presidente Barack Obama per consolidare il consenso; ora potrebbe tentare una strategia simile con Trump. I sondaggi rilevano che una parte dell’opinione pubblica israeliana considera le politiche di Trump dannose per Israele, mentre i media filonetanyahu dipingono il presidente americano come debole e indeciso. Di conseguenza, la rottura pubblica con gli Stati Uniti potrebbe inquietare alcuni elettori e al contempo rafforzare la base di altri.