Donald Trump e gli Accordi di Abramo: una vicenda che il tycoon vorrebbe rilanciare. Nel 2020, durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti, con il sostegno degli Stati Uniti, normalizzarono i loro rapporti con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo; in seguito si aggiunse il Marocco. L’anno successivo l’ambasciata Usa a Khartoum annuncio la firma da parte del Sudan della “Dichiarazione degli Accordi di Abramo” per facilitare la normalizzazione con Israele. Piu recentemente il Kazakistan ha annunciato la sua adesione, definendola una scelta esclusivamente nel proprio interesse.
Oggi Trump propone di estendere gli Accordi ad Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania, usando la parola “obbligatorio” in riferimento all’adesione, e riprendendo l’espressione “storici Accordi di Abramo”. Pur ipotizzando anche un coinvolgimento dell’Iran, nel suo precedente mandato il principale architetto di quegli accordi fu Jared Kushner, suo genero, figura che resta al centro dell’attenzione nella nuova Amministrazione Trump.
Da tempo il presidente sostiene la necessita di allargare gli Accordi e di convincere Riad a normalizzare i rapporti con Tel Aviv. La posizione della monarchia saudita e pero rimasta prudente, come sottolineano gli osservatori. Lo scorso novembre il principe ereditario Mohammed bin Salman, parlando dallo Studio Ovale, dichiaro che l’Arabia Saudita voleva far parte degli Accordi di Abramo solo se fosse garantito “un percorso chiaro verso una soluzione a due Stati”. Ieri, in un post su Truth, Trump ha scritto che tutto “dovrebbe iniziare con la firma immediata da parte di Arabia Saudita e Qatar” e che gli altri Paesi dovrebbero seguirne l’esempio; una fonte saudita ha pero confermato alla CNN che Riad mantiene la sua posizione abituale, ribadendo la richiesta di “un percorso irreversibile verso uno stato palestinese”.
Egitto e Giordania restano elementi chiave di equilibri diplomatici complessi: entrambi hanno relazioni consolidate con Washington, furono i primi Paesi arabi a firmare trattati di pace con Israele e confinano con la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Il Qatar, attore regionale attivo come mediatore, e stato centrale nei negoziati per il cessate il fuoco e nella liberazione di ostaggi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Contestualmente, come riportato dall’agenzia iraniana Irna, negoziatori iraniani sono arrivati a Doha nell’ambito di un processo diplomatico volto a porre fine alle ostilita tra Iran e Stati Uniti scatenate da operazioni iniziate il 28 febbraio, operazioni a cui Teheran ha risposto colpendo anche obiettivi nei Paesi del Golfo, prima che entrasse in vigore una fragile tregua.
Anche il Pakistan ha svolto un ruolo di mediazione: pur considerato in alcuni casi un “mediatore improbabile”, Islamabad e riuscito a mettere allo stesso tavolo rappresentanti iraniani e americani dopo settimane di azioni militari e risposte dai due lati. L’azione diplomatica del Pakistan e stata letta come un “delicato gioco di equilibrismo”, tenendo conto delle sue relazioni con Pechino, dei legami con Teheran e della storica, se talvolta complessa, relazione con Washington. Inoltre, dall’ottobre scorso Islamabad ha un patto di difesa con l’Arabia Saudita, che rimane per il Pakistan un partner cruciale anche sul piano economico e politico.
Infine, c’e la Turchia: alcuni osservatori ritengono che senza Ankara il pieno potenziale degli Accordi di Abramo sarebbe difficile da raggiungere, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan ha spesso criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Netanyahu stesso ha riconosciuto il ruolo di Trump negli Accordi e, nei mesi scorsi, ha sostenuto la candidatura del tycoon al Premio Nobel per la Pace. Nel suo lungo post su Truth, Trump ha espresso la volonta di vedere anche l’Iran aderire, dopo un accordo che ponga fine al conflitto; ha inoltre ammesso che fra Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania “e possibile che uno o due” Paesi “abbiano motivi per non aderire, e questo sara accettato”. Nel testo non cita esplicitamente Israele.
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