La Corea del Sud non ha preso una decisione definitiva sull’eventuale invio di forze nello Stretto di Hormuz, ma sta valutando questa possibilità insieme ad altre opzioni. Dalla presidenza sudcoreana si sottolinea che si tratta di un’ipotesi in fase di analisi, in un contesto segnato anche dalle pressioni statunitensi e dalle tensioni con l’Iran. La scelta ricade sul presidente Lee Jae Myung, chiamato a decidere in una situazione politica e diplomatica delicata.
La pressione statunitense su Seul
Un funzionario della presidenza ha spiegato che ogni possibile contributo nello Stretto di Hormuz va prima valutato in relazione al livello di prontezza operativa nella penisola coreana e alle procedure legali. Media locali, come il Chosun Ilbo, hanno riferito di preparativi e hanno citato fonti secondo cui il governo avrebbe comunicato agli Stati Uniti l’intenzione di dispiegare un aereo P-8 Poseidon e una nave di supporto logistico.
Negli ultimi tempi il presidente statunitense ha intensificato le pressioni su Seul, criticando alcune scelte di politica militare e la durata delle esercitazioni congiunte, e chiedendo un maggiore contributo alla campagna contro l’Iran. Dalla presidenza sudcoreana viene ripetuto che la disponibilità a contribuire è subordinata a garanzie che non compromettano la prontezza difensiva del paese e che non è stata ancora presa una decisione finale.
Le opzioni
La presidenza ha sottolineato che un contributo militare non necessariamente comporterebbe forze di combattimento: possono essere valutate unità di supporto e altre opzioni non offensive. Fonti ufficiali hanno inoltre negato che la questione di Hormuz stia impedendo negoziati più ampi con gli Stati Uniti, pur ammettendo che le trattative sono difficili. Tra i temi sul tavolo ci sono anche accordi commerciali e investimenti legati ai semiconduttori, in un contesto in cui l’amministrazione americana ha annunciato l’intenzione di imporre nuove tariffe.
Dal Guardian è arrivata la richiesta di prudenza sulle notizie circolate, con la presidenza che ha ribadito che nulla è deciso ma che è in corso una valutazione. Il governo ha dialogato con la comunità internazionale sulle modalità concrete per contribuire al rapido ripristino della libertà di navigazione nello Stretto e alla stabilità in Medio Oriente.
Secondo la Sbs, gli asset valutati possibili includono, oltre al P-8 e a una nave di supporto logistico, anche un’unità di artificieri. Un eventuale dispiegamento richiederebbe vari passaggi formali, dal via libera del Consiglio per la sicurezza nazionale all’approvazione parlamentare. Nel 2020 il governo aveva invece ampliato il mandato di una unità anti-pirateria nel Golfo di Aden per coprire anche Hormuz, evitando di passare per una nuova approvazione parlamentare.
La Corea del Sud dipende in larga misura dal Medio Oriente per le forniture energetiche: dati citati in passato indicano che circa il 70% del greggio e un terzo del gas naturale liquefatto del paese provengono da quella regione.
Il possibile invio di truppe
Se confermato, il dispiegamento richiesto dagli Stati Uniti sarebbe il primo del genere dalla partecipazione di Seul in Iraq nel 2004. A livello interno ci potrebbero essere posizioni contrarie: alcuni analisti sottolineano la necessità di chiarire che una missione sudcoreana non abbia carattere ostile verso l’Iran, ma sia volta a garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima.
Ricercatori citati dalla stampa stimano che, in caso di accordo con Washington, lo schieramento iniziale potrebbe coinvolgere un centinaio di unità militari, con l’obiettivo di evitare di trovarsi nel mezzo di uno scontro diretto. Esperti ricordano inoltre che sulle relazioni tra Corea del Sud e Stati Uniti pesano anche questioni commerciali e tecnologiche rimaste in stallo, e che il contributo a Hormuz potrebbe essere valutato anche come leva per migliorare i rapporti bilaterali. Il prossimo ciclo di consultazioni è atteso entro l’anno, mentre il presidente Lee è atteso negli Stati Uniti per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
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