Lavanderie industriali: il Rischio Biologico invisibile che viaggia sui tessuti contaminati

Nell’ingranaggio silenzioso che garantisce il funzionamento di ospedali, RSA e grandi catene alberghiere, le lavanderie industriali rappresentano un anello vitale, eppure spesso trascurato, della catena della salute pubblica. Dietro le montagne di lenzuola bianche e divise perfettamente stirate si cela una sfida igienica monumentale: la gestione di un rischio biologico “invisibile” che viaggia silenzioso sui tessuti. Non parliamo solo di sporco, ma di un ecosistema di microrganismi — batteri resistenti, virus e parassiti — capaci di sopravvivere sulle fibre per giorni, o addirittura mesi, pronti a colpire chi quelle fibre deve manipolare.

Per penetrare la complessità di questo settore, esplorando chi debba curare la stesura dei protocolli e perché un approccio rigoroso possa trasformare la sicurezza da mero adempimento a valore aziendale, abbiamo incontrato Simone Di Marco della società GDM Sanità (Torino), azienda specializzata in Medicina del Lavoro, Formazione e Sicurezza.

Una trincea microbiologica

Il cuore del problema risiede nella natura stessa del materiale trattato. La biancheria proveniente dalle strutture sanitarie è potenzialmente intrisa di fluidi biologici, sangue e secrezioni. “Dobbiamo superare l’idea che la lavanderia sia un ambiente ‘neutro’ rispetto alla sanità”, esordisce Di Marco. Le fonti tecniche confermano che agenti come lo Staphylococcus aureus meticillina-resistente (MRSA), il Clostridium difficile e virus come l’HBV o il SARS-CoV-2 possono essere isolati non solo nelle aree “sporche”, ma talvolta persino sugli addetti delle zone “pulite”, se le procedure di separazione non sono millimetriche.

Secondo Di Marco, la consapevolezza dell’operatore è la prima barriera: “I microrganismi mettono in atto strategie adattative straordinarie; alcuni batteri sopravvivono sul cotone fino a 21 giorni, mentre i coliformi fecali possono resistere oltre i quattro mesi”. Questo rende ogni sacco in arrivo una potenziale fonte di contagio, specialmente quando si tratta di materiali provenienti da reparti infettivi, che dovrebbero viaggiare in doppi sacchi idrosolubili di colore rosso.

La “Cernita”: il momento del massimo pericolo

Se esiste una fase del ciclo produttivo in cui il Rischio Biologico si materializza con violenza, quella è la cernita. Gli operatori aprono i sacchi per smistare il materiale, esponendosi a tre minacce principali: il contatto diretto, l’inalazione di aerosol infettivi generati dallo scuotimento dei tessuti e, soprattutto, il rischio percutaneo.

“Il pericolo più subdolo non è il microbo in sé, ma l’oggetto che lo trasporta”, osserva Simone Di Marco. Le statistiche Inail evidenziano come ferite da taglio o punture da aghi lasciati accidentalmente tra le lenzuola siano eventi frequenti. “In questo scenario, il DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) deve essere ‘situato’, ovvero calato nella realtà specifica della lavanderia”, continua Di Marco. Le misure di prevenzione suggerite dalle fonti includono la progettazione di linee che prevedano la cernita a valle del lavaggio, l’uso di guanti antitaglio e facciali filtranti di classe P2 o P3 per proteggere le vie respiratorie durante l’apertura dei sacchi.

Tecnologia e Nuove Norme: verso la Sicurezza 4.0

La gestione di questa complessità trova oggi un alleato nella norma UNI EN 14065:2016, che introduce il sistema RABC (Risk Analysis and Biocontamination Control). Si tratta di un approccio metodologico che identifica i punti di controllo critici lungo tutto il processo, garantendo la qualità microbiologica del prodotto finale e la tutela degli addetti.

Tuttavia, l’innovazione non è solo tecnica, ma anche formativa. L’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 ha riscritto le regole del gioco, estendendo l’obbligo di formazione specifica ai Datori di Lavoro. Simone Di Marco sottolinea l’importanza di questa svolta: “Coinvolgere il vertice aziendale significa far capire che la sicurezza biologica non è un costo, ma un pilastro della sostenibilità sociale”. La nuova normativa promuove l’uso di tecnologie digitali e simulatori per rendere l’addestramento più esperienziale, abbattendo la barriera della nozionistica passiva.

Conclusioni: l’importanza della Sorveglianza

Il settore delle lavanderie industriali, a prevalenza femminile (65%), richiede anche un’attenzione particolare all’ottica di genere e alla Sorveglianza Sanitaria. Oltre alla fornitura di DPI adeguati alla conformazione morfologica delle lavoratrici, le fonti raccomandano caldamente le vaccinazioni contro l’Epatite B e il Tetano per chi manipola tessili ospedalieri.

“La sicurezza in questo comparto è una sfida dinamica”, conclude Simone Di Marco. Attraverso il monitoraggio costante dei Near Miss relazionali e tecnici, e l’adozione di standard rigorosi come il sistema BIO-RITMO per la valutazione oggettiva del rischio, le lavanderie industriali possono finalmente uscire dall’ombra, garantendo che l’invisibile resti innocuo.