In Israele prevale la frustrazione dopo l’annuncio di una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran. Molti ritengono che il regime di Teheran ne esca rafforzato e piu radicale, soprattutto perche il controllo sarebbe nelle mani dei Pasdaran, considerati piu estremisti e determinati a cercare vendetta. C’e timore che l’Iran possa accelerare il proprio programma nucleare e che i negoziati programmati in Pakistan non siano visti come un risultato positivo. Michael Milshtein, analista israeliano e direttore del Forum per gli studi palestinesi presso il Centro Moshe Dayan di Tel Aviv, descrive la situazione come una <
Milshtein ricorda che gli obiettivi iniziali includevano il collasso o l’indebolimento del regime iraniano, la rimozione della capacita nucleare e la neutralizzazione dei missili balistici a lungo raggio. Al momento, pero, non ci sono certezze sul raggiungimento di questi traguardi: il regime appare sopravvissuto e relativamente stabile, senza segnali evidenti di insurrezioni interne, e non esistono garanzie che i negoziati risolvano in modo efficace le questioni nucleari o dei missili.
La paura del nucleare iraniano
Secondo Milshtein, in Israele prevale l’opinione che la conclusione del conflitto possa essere oggi piu rischiosa rispetto a qualche settimana fa. Il regime e percepito come piu radicalizzato: la morte di Khamenei e l’affermazione dei Pasdaran al comando vengono indicate come fattori che aumentano l’estremismo e la volonta di vendetta. C’e preoccupazione che l’Iran possa accelerare verso la bomba atomica: il paese disporrebbe ancora di circa 430 chilogrammi di uranio arricchito, una quantita che viene stimata sufficiente a produrre piu ordigni nucleari. Milshtein spera che gli Stati Uniti mantengano una posizione rigorosa nei negoziati, condizionando eventuali alleggerimenti delle sanzioni a impegni concreti sul nucleare, ma riconosce che non vi e certezza su questo punto.
Il fronte del Libano
Un’altra questione critica per Israele e il fronte settentrionale, in particolare la situazione con il Libano. Non e chiaro se un accordo tra Usa e Iran comporterebbe automaticamente la fine delle ostilita in Libano: si potrebbe verificare un paradosso in cui il negoziato internazionale va avanti ma il conflitto sul confine settentrionale rimane aperto. Milshtein osserva che Hezbollah non accetterebbe semplicemente di tornare alle condizioni del cessate il fuoco del 24 novembre e punta invece a ridefinire l’equilibrio politico-militare. In assenza di un’intesa su questo tema, Israele rischierebbe di restare impegnata in operazioni prolungate in Libano, con possibili azioni di occupazione parziale del territorio o attacchi contro obiettivi statali libanesi.
In sintesi, conclude Milshtein, l’esito dei negoziati resta incerto. Tra due settimane gli Stati Uniti potrebbero decidere di riprendere l’azione militare se giudicassero il divario con l’Iran insormontabile. Se invece si giungera a un accordo, permangono due rischi principali: un Iran che procede verso l’arma nucleare senza subire pressioni efficaci e un fronte libanese che continua a costituire una fonte di instabilita per Israele.
