Midterm, Zagari: “La corsa all’AI divide l’America, data center terreno di scontro”

L’intelligenza artificiale e l’espansione dei data center, con i loro effetti su bollette, occupazione e territorio, sono diventati temi centrali nella campagna per i midterm americani. Non si tratta più soltanto di competitività economica o sicurezza nazionale: le ripercussioni concrete sulle comunità locali hanno portato queste questioni nelle preoccupazioni quotidiane degli elettori, con possibili conseguenze sulla leadership tecnologica degli Stati Uniti.

Ne abbiamo discusso con Cristiano Zagari, esperto di diplomazia tecnologica e negoziato internazionale, per chiarire come la rivoluzione dell’AI stia ridefinendo il dibattito politico negli Stati Uniti e quali riflessi possa avere sugli equilibri internazionali.

Zagari, perché l’intelligenza artificiale e i data center sono entrati così prepotentemente nel dibattito elettorale?

Perché è in corso un mutamento profondo nel rapporto tra tecnologia e società. Temi che fino a poco tempo fa erano trattati come questioni tecniche o di politica industriale sono diventati problemi concreti per i cittadini: consumo energetico elevato, impatto ambientale, uso delle risorse e ricadute occupazionali. Questo fa sì che la politica debba non solo promuovere l’innovazione, ma anche gestirne gli effetti locali e distributivi.

Gli Stati Uniti guidano la rivoluzione dell’AI: non ci sarebbe un consenso trasversale sulla necessità di sostenerla?

C’è consenso sul valore strategico dell’innovazione, ma non sulle misure per governarla. A Washington convivono due visioni: una che spinge per una deregulation ampia, per non frenare la competitività delle aziende americane; l’altra, trasversale e presente sia tra progressisti sia in alcuni settori conservatori, che chiede regole più stringenti, tutele per i consumatori e, in certi casi, moratorie sull’espansione dei grandi impianti di calcolo. Questa divisione rende difficile trovare soluzioni legislative unitarie a livello federale.

Queste contrapposizioni emergono anche nelle singole campagne elettorali?

Sì. Prendiamo il 17° distretto di New York, dove il repubblicano Mike Lawler sfida la democratica Cait Conley: il confronto ruota attorno al punto di equilibrio tra incentivare l’innovazione e introdurre garanzie regolatorie sull’AI. La mancanza di posizioni condivise all’interno dei partiti complica il lavoro del Congresso e spinge molte iniziative a trasferirsi al livello statale.

In Ohio la questione dei data center è collegata al costo della vita: che dinamiche si vedono?

L’Ohio è un esempio emblematico. Nella campagna per il Senato tra il repubblicano Jon Husted e il democratico Sherrod Brown, l’espansione dei data center è diventata tema di accesa discussione: richiedono molta energia e sono percepiti come responsabili dell’aumento delle bollette. Così il dibattito passa dalle opportunità di investimento e dai posti di lavoro alla distribuzione dei costi della crescita tecnologica, trasformando l’innovazione in una questione politica e sociale.

Anche nel Partito democratico ci sono divisioni: il caso californiano è significativo.

Nell’11° distretto della California, per la successione a Nancy Pelosi, lo scontro tra Scott Wiener e Connie Chan mette in luce sensibilità diverse nell’area progressista. Wiener promuove regole di trasparenza sui modelli di AI per proteggere i cittadini senza scoraggiare gli investimenti; Chan enfatizza invece la necessità di limitare il potere economico della Silicon Valley, sostenendo moratorie locali e maggiori tutele per i lavoratori a rischio automazione. La controversia è emersa anche sul piano operativo quando la campagna di Wiener ha ritirato un chatbot che simulava le posizioni dell’avversaria, ricordando che la tecnologia è anche uno strumento elettorale soggetto a critiche.

Quale ruolo stanno assumendo gli Stati rispetto all’azione federale?

I singoli Stati stanno diventando attori chiave. In assenza di norme federali omogenee, governatori e procuratori generali intervengono direttamente per rispondere alle istanze locali legate all’espansione delle infrastrutture digitali. Luoghi come la Data Center Alley in Virginia mostrano come la pressione su risorse idriche ed energetiche sia entrata nell’agenda politica, anche di figure come il senatore Mark Warner. Tuttavia, un mosaico di regolamentazioni statali rischia di creare un quadro frammentato difficile da gestire per le imprese e per la politica nazionale.

Che impatto può avere questa frammentazione sulla competizione globale con Europa e Cina?

La frammentazione può indebolire la posizione americana. La forza innovativa degli Stati Uniti non basta: servono istituzioni in grado di definire regole chiare, guidare gli investimenti e negoziare standard internazionali. Se Washington non riesce a formulare una strategia federale coerente — per esempio rispetto all’approccio dell’Unione europea con l’AI Act — la capacità negoziale degli Stati Uniti si riduce. Questo complica la governance dei dati e il controllo delle filiere tecnologiche di fronte a modelli diversi come quello cinese.

Le elezioni di midterm possono dunque segnare una svolta?

Possono. Un Congresso diviso, insieme a conflitti costanti tra amministrazioni federali e statali, aumenterebbe il rischio di paralisi normativa. In quel caso la sfida per gli Stati Uniti non sarebbe solo mantenere l’innovazione, ma dimostrare di saperla governare: trovare un equilibrio sostenibile tra competizione geoeconomica, tutela dei diritti dei cittadini e gestione delle infrastrutture energetiche e territoriali che sostengono il futuro digitale.