Groenlandia, ecco i contenuti dell’accordo per cui Trump ha messo a rischio la tenuta della Nato

Il testo dell’accordo è composto da 10 pagine, frutto di mesi di negoziati diplomatici e presentato a Donald Trump nel momento ritenuto opportuno. Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato al Palazzo di Vetro un patto che il presidente americano ha definito “fantastico” e che apparentemente gli consente di ottenere la possibilità di realizzare due basi militari sull’isola artica, dopo settimane in cui aveva minacciato apertamente di prenderne il controllo.

Trump aveva affermato in passato che possedere il territorio offre vantaggi non ottenibili con un semplice accordo scritto, ma alla fine ha sottoscritto il documento a New York. Il testo è in realtà un emendamento e un supplemento dell’intesa del 1951 fra Stati Uniti e Danimarca, già aggiornata nel 2004, che secondo esperti e diplomatici già concedeva agli Usa la facoltà di stabilire basi e contribuire alla sicurezza regionale.

La differenza principale rispetto al patto originario è che ora anche la Groenlandia ha firmato il testo, che ribadisce esplicitamente la sovranità danese sul territorio ma riconosce anche il diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi, compresa la possibilità di scegliere l’indipendenza. Trump ha sostenuto che l’accordo consentirà la realizzazione di due basi “molto importanti”, ma dal testo diffuso dal governo danese risulta piuttosto un ampliamento di siti preesistenti: uno a Narsarsuaq, nel sud, dove negli anni ’50 c’era la base American Blue West One, e l’altro a Mestersvig, a est, attuale sede di una unità di slitte trainate da cani dell’esercito danese.

Gli Stati Uniti avranno “libero accesso” alle vie di collegamento aereo, terrestre e marittimo tra le due installazioni e potranno inoltre realizzare strutture per droni; tuttavia autorità danesi e groenlandesi avranno l’ultima parola su costruzione e localizzazione. L’accordo soddisfa in parte la richiesta di rafforzare la presenza militare oltre la Pituffik Space Base, la principale installazione statunitense nel nord dell’isola, attiva dal 1953 con un contingente di circa 150 militari impegnati in attività di monitoraggio missilistico.

Nel periodo della Guerra Fredda la presenza militare americana in Groenlandia era molto più estesa, con decine di migliaia di truppe e numerose basi, a conferma che il trattato originario già permetteva interventi di ampia portata. Nuovi nel testo sono invece i divieti volti a impedire a potenziali rivali, in particolare Russia e Cina, di assumere ruoli militari o economici sull’isola: il patto proibisce a Paesi non NATO di stabilire basi, dispiegare truppe o avviare investimenti nei settori minerari e delle risorse critiche senza il consenso esplicito dei tre firmatari.

“Questo accordo affronta in modo duraturo e completo le nostre preoccupazioni sulla sicurezza riguardanti la Groenlandia”, ha dichiarato Marco Rubio, che ha guidato i negoziati per gli Stati Uniti. Trump ha ripetuto l’allarme su presunte attività navali e sottomarine di Russia e Cina nella regione, mentre funzionari della NATO hanno più volte affermato di non osservare attività cinesi significative attorno alla Groenlandia e di non vedere cambiamenti sostanziali nei movimenti russi nell’Artico.

C’è anche la questione finanziaria: annunciando l’intesa, Trump ha scritto che “non ci saranno costi per gli Stati Uniti” per la costruzione delle basi e per l’ampliamento della presenza militare. Tuttavia, come osserva Politico, non è chiaro cosa comporterà questo in termini pratici se il Pentagono intende aggiornare i siti con sistemi di difesa aerea e radar che richiederebbero investimenti significativi; nel testo non si trova un meccanismo chiaro di condivisione dei costi tra le parti.

Sulla valutazione complessiva dell’intesa gli analisti sono divisi ma orientati a minimizzare le novità: Gregoire Roos della Chatham House dice a Politico che, leggendo l’accordo, ci si chiede perché tanto rumore per cambiamenti limitati e sottolinea che la Danimarca ha gestito la vicenda con efficacia diplomatica. Mikke Runge Olesen dell’Istituto danese di studi internazionali considera l’accordo “un prezzo sorprendentemente alto per modifiche relativamente moderate”, soprattutto alla luce dei danni alle relazioni con la Danimarca e l’Europa provocati dalle minacce. Daniel Fried, ex ambasciatore Usa in Polonia e ora analista all’Atlantic Council, osserva che la firma offre agli Stati Uniti un risultato da esibire come vittoria e consente soprattutto di ritrattare minacce dannose e inutili.