Gb, Francia e Canada sanzionano i coloni israeliani in Cisgiordania: ecco cosa esportano in Ue

Dodici Paesi, tra cui Francia, Regno Unito e Canada, hanno annunciato sanzioni sul commercio con gli insediamenti israeliani nei territori occupati, con l’obiettivo di colpire i responsabili delle violenze dei coloni e scoraggiare l’espansione degli insediamenti. Pur avendo un valore simbolico, l’effetto economico diretto dovrebbe restare limitato, poiché gli insediamenti producono una quota contenuta delle esportazioni israeliane e principalmente prodotti agricoli. L’attuazione delle misure richiederà però di identificare i prodotti provenienti dagli insediamenti, ostacolo complicato da pratiche che ne nascondono l’origine.

Un rapporto dell’ong statunitense Global Echo stima che quasi un quinto (19,2%) delle spedizioni agricole israeliane verso l’Ue contenga prodotti provenienti da insediamenti illegali in Cisgiordania e nelle Alture del Golan. La stima si basa sull’analisi di oltre 30.000 documenti doganali relativi a più di 5.900 spedizioni tra ottobre 2017 e febbraio 2026 dirette a Ue, Regno Unito, Norvegia e Svizzera. Un’ulteriore analisi su oltre 2.000 dichiarazioni doganali che indicavano Israele come origine ha rilevato che quasi il 17% riguardava prodotti degli insediamenti, per un valore complessivo di circa 13,1 milioni di euro.

Global Echo avverte che la quota reale potrebbe essere superiore a causa di pratiche di riclassificazione. Tre modalità ricorrenti sono: l’uso di indirizzi israeliani fittizi, il mescolamento di prodotti dei territori occupati con prodotti coltivati in Israele durante il confezionamento, e l’indicazione del sito reale di produzione accompagnata dall’etichettatura del Paese di origine come «Israele». Un dato israeliano fornito alla Banca Mondiale nel 2011 stimava che gli insediamenti rappresentassero il 2,23% delle esportazioni verso l’Europa, cifra oggi ritenuta inattendibile visto l’aumento superiore al 50% della popolazione dei coloni in Cisgiordania dal 2011.

L’Unione europea rimane il principale partner commerciale di Israele, assorbendo circa il 28-30% delle sue esportazioni, con un interscambio di beni pari a 43,3 miliardi di euro nel 2025. Tra le merci esportate figurano molti prodotti agricoli — datteri, agrumi, uva, peperoni, erbe fresche, fiori commestibili, avocado, pomodori, melanzane, cetrioli, patate, tè alle erbe e vino — oltre a cosmetici, dispositivi per la carbonatazione, materie plastiche, tessili e giocattoli. Le inchieste citano aziende come Mehadrin, Arava Export Growers, Hadiklaim, Achdut e Adanim Tea, e marchi vinicoli quali Psagot, Shiloh, Zion, Golan Heights e Tishri.

I prodotti indicati provengono in prevalenza dagli insediamenti della Cisgiordania, dalla Valle del Giordano e dalle Alture del Golan, territori occupati dal 1967. Un’analisi congiunta della belga Cidse e dell’israeliana WhoProfits, ripresa da EuObserver, ha identificato circa 45 imprese legate ai coloni che esportano prodotti agricoli verso l’Ue, distribuiti in almeno sette Stati membri. Il rapporto segnala anche che in alcuni paesi le autorità doganali accettano certificati fitosanitari e biologici emessi da enti israeliani che non hanno competenza sui territori occupati.

Dal 2004 gli esportatori israeliani sono tenuti a indicare i codici postali di produzione; nel 2015 la Commissione europea ha pubblicato una nota interpretativa che richiede l’etichettatura esplicita dei prodotti provenienti dagli insediamenti, distinta da quella «Made in Israel». Nel 2019 la Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che i prodotti degli insediamenti non possono essere etichettati genericamente come «Made in Israel», ma devono riportare l’indicazione del territorio occupato di origine e la dicitura «insediamento israeliano». L’accordo di associazione Ue-Israele del 2000, confermato da una sentenza del 2010, esclude i prodotti dei territori occupati dai benefici tariffari riservati alle merci israeliane; secondo le ong, tuttavia, questa esclusione è spesso disapplicata nella grande distribuzione europea.

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