L’Iran concentra la propria strategia sul controllo dello Stretto di Hormuz, una mossa che si scontra con le pressioni e le minacce degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha avvertito che potrebbe condurre un nuovo attacco se lo Stretto non fosse stato riaperto rapidamente. Un funzionario coinvolto nei colloqui tra Teheran e il Sultanato dell’Oman ha dichiarato che «l’Iran non concluderà alcun accordo sotto minaccia».
Secondo lo stesso funzionario, il ritardo nei negoziati con l’Oman è dovuto in larga misura alle interferenze statunitensi e alle minacce di Trump: finché queste pressioni persistono, l’accordo resterà bloccato. Il progetto di intesa in esame prevederebbe un meccanismo temporaneo di circa 60 giorni, eventualmente prorogabile, per regolare il transito nello Stretto: il traffico in entrata potrebbe seguire un corridoio settentrionale nelle acque iraniane, mentre quello in uscita potrebbe percorrere un corridoio meridionale nelle acque omanite.
Teheran mira a conservare il controllo dello Stretto, ma la scelta è considerata molto rischiosa. Il Wall Street Journal osserva che, rivendicando autorità su uno dei principali corridoi marittimi del petrolio mondiale, l’Iran punta sulla propria capacità di danneggiare l’economia americana come leva per scoraggiare eventuali azioni militari di Stati Uniti e Israele.
Con prezzi dei carburanti e inflazione ancora elevati, la leadership iraniana ritiene che Trump possa essere indotto ad accettare alcune condizioni prima delle elezioni di midterm. Tuttavia, il quotidiano avverte che basare la strategia su questo calcolo è estremamente rischioso: presuppone che Washington accetti uno stallo instabile piuttosto che una guerra totale, e può portare Teheran a sottovalutare il punto di rottura americano compromettendo al contempo la propria stabilità economica.
Secondo Behnam Ben Taleblu della Foundation for Defense of Democracies, questo atteggiamento massimalista potrebbe accentuare l’isolamento dell’Iran nel lungo periodo. All’interno del governo iraniano emergono divisioni: l’ala più radicale dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) considera il controllo dello Stretto lo strumento principale per esercitare pressione sull’Occidente, mentre elementi più moderati sono cauti sulle conseguenze economiche e politiche.
Le forze armate iraniane hanno subito perdite significative dopo l’attacco sorpresa del 28 febbraio attribuito a Stati Uniti e Israele, ma sono comunque riuscite a ostacolare il traffico navale nello Stretto e a colpire obiettivi statunitensi nel Golfo Persico. La fazione più moderata del potere iraniano teme che il blocco navale imposto da Washington stia spingendo l’economia verso il collasso: il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2026 una contrazione del PIL pari al 6%, con un’inflazione annua intorno al 69% e diffuse carenze di carburante e altri beni.
La stretta iraniana ha ridotto significativamente i flussi petroliferi dal Golfo Persico, scesi a circa il 36% dei livelli precedenti al conflitto. Nonostante ciò, il prezzo del greggio non è rimasto stabilmente sopra i 100 dollari al barile e si è mantenuto sotto soglie che avrebbero potuto costringere Washington a cedere. Parte del petrolio è stata reindirizzata per evitare lo Stretto; alcune navi hanno negoziato passaggi con l’Iran o hanno disattivato i sistemi di localizzazione, assumendosi rischi elevati. Barbara Leaf, ex responsabile per il Medio Oriente al Dipartimento di Stato, ha rilevato che vari fattori hanno attenuato l’impatto e che, dopo gli attacchi di giugno 2025 contro impianti nucleari iraniani, la Cina ha cominciato ad accumulare scorte di petrolio.
Sebbene Trump abbia ridotto la retorica su offensive su larga scala, mantiene il blocco navale e ha reintrodotto sanzioni che complicano l’esportazione del petrolio iraniano. Nel medio-lungo termine la capacità di pressione dell’Iran potrebbe comunque diminuire se Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri grandi produttori riusciranno a costruire infrastrutture alternative che aggirino lo Stretto. Anche le esportazioni iraniane dipendono dal passaggio attraverso Hormuz: una prolungata interruzione priverebbe la Repubblica islamica di una fonte principale di entrate e accelererebbe gli sforzi della regione per bypassare il canale. La Cina, partner economico rilevante, ha ridotto gli acquisti di petrolio iraniano e non è tornata ai livelli precedenti.
I mediatori provenienti da Egitto, Pakistan e Qatar auspicano che una soluzione temporanea per la navigazione nello Stretto possa essere trovata a breve e che Stati Uniti e Iran tornino così a negoziare.