Dazi, cos’è il ‘lavoro forzato’ dietro ai nuovi balzelli di Trump

L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di una nuova serie di dazi a livello globale che colpisce 60 Paesi partner, compresi alcuni dell’Unione europea, motivando la misura con accuse di pratiche commerciali scorrette dovute alla mancata applicazione adeguata di divieti sulle importazioni di beni prodotti con lavoro forzato.

Ciò avviene nonostante Paesi come il Canada e gli Stati membri dell’Unione europea — soggetti, secondo alcuni, a nuove tariffe del 10% — dispongano già di norme contro lo sfruttamento lavorativo. I funzionari statunitensi sostengono che, in molti casi, l’applicazione di tali leggi all’estero è insufficiente e danneggia le imprese americane. Tuttavia osservatori e alcuni legislatori statunitensi di opposizione considerano questa accusa un pretesto per mantenere un quadro tariffario voluto dall’amministrazione Trump, dopo che la Corte Suprema ha invalidato le basi precedenti in una decisione di febbraio.

Cosa si intende per “lavoro forzato” alla base dei nuovi dazi

La misura si poggia sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che autorizza il presidente a imporre ritorsioni commerciali contro Paesi che adottano pratiche commerciali ritenute irragionevoli o discriminatorie. Il concetto di “lavoro forzato” è tratto dalla definizione della Sezione 307 del Tariff Act del 1930: si intende ogni lavoro o servizio reso sotto minaccia di sanzione e non volontario, includendo il lavoro minorile in tali condizioni. L’Ufficio del Rappresentante al Commercio Usa (USTR), con l’analisi promossa da Jamieson Greer, ha applicato questa definizione per aprire un’indagine ai sensi della Sezione 301, rilevando che le 60 economie prese in esame — responsabili di circa il 99,4% delle importazioni Usa — non avrebbero legalmente vietato le importazioni di beni prodotti con lavoro forzato o non avrebbero efficacemente applicato i divieti esistenti.

Secondo l’USTR, queste carenze costituiscono pratiche commerciali “irragionevoli” perché consentono ai produttori esteri di ridurre i costi, distorcere la concorrenza e danneggiare le imprese che non ricorrono al lavoro forzato, comprese quelle statunitensi. L’ufficio ha citato esempi come il cotone proveniente dallo Xinjiang, il riso del Myanmar e il tabacco del Malawi come merci contaminate dal lavoro forzato che si infiltrano nelle catene di approvvigionamento attraverso partner commerciali permissivi. Greer ha sottolineato l’incapacità di diversi Paesi di adottare o far rispettare divieti sulle importazioni di beni prodotti con lavoro forzato, un problema che, secondo l’USTR, mette in svantaggio le imprese americane. Il Canada vieta già tali importazioni, mentre il divieto dell’UE è previsto entrare in vigore a dicembre 2027.

Portata senza precedenti delle nuove tariffe

L’estensione dei dazi annunciati è senza precedenti nella storia commerciale degli Stati Uniti. Tradizionalmente, l’applicazione delle norme sul lavoro forzato ai sensi della Sezione 307 è stata mirata e circoscritta: l’azione veniva presa caso per caso, con ordini di trattenimento doganale rivolti a specifiche spedizioni, aziende, impianti o regioni (ad esempio particolari prodotti dalla regione dello Xinjiang). Invece di procedere così, l’USTR ha scelto di considerare l’inefficace sorveglianza di alcuni governi sul lavoro forzato come giustificazione per imporre dazi generalizzati all’intera economia tramite la Sezione 301, che è uno strumento di rimedio commerciale distinto dalla Sezione 307 sul divieto di importazione.

Negli anni il quadro normativo è cambiato. La Sezione 307 una volta includeva un’eccezione legata alla “domanda di consumo” che limitava l’applicazione del divieto quando la merce non era prodotta in patria in quantità sufficienti; tale scappatoia ha ridotto l’uso della norma fino agli anni ’90. Con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2016 l’eccezione è stata eliminata, consentendo applicazioni più estese e un aumento degli ordini di trattenimento. Tra il 2016 e il 2021 si è osservato un picco di misure, in particolare con attenzione al lavoro forzato nello Xinjiang. Nel 2021 il Congresso ha inoltre stabilito una presunzione che tutte le merci prodotte, anche parzialmente, nello Xinjiang siano contaminate da lavoro forzato, invertendo l’onere della prova e rafforzando gli strumenti d’azione rispetto agli interventi caso per caso.

Secondo fonti come il New York Times, gli Stati Uniti hanno probabilmente le restrizioni più severe al mondo sulle importazioni legate al lavoro forzato: il divieto di merci prodotte con lavoro schiavile è in vigore da quasi un secolo, pur consentendo talvolta il lavoro carcerario in condizioni ritenute coercitive da organizzazioni sindacali. Nel 2021 il divieto sulle importazioni dallo Xinjiang è stato rafforzato, in un contesto che include anche tensioni geo-economiche tra Washington e Pechino.

Oltre l’economia: elementi politici

Accanto ai profili tecnico-giuridici emergono anche considerazioni di natura politica. Pur dichiarando di non voler influenzare gli esiti delle indagini commerciali, alcuni rappresentanti dell’amministrazione avrebbero rassicurato privatamente governi stranieri che le aliquote finali rifletteranno gli accordi negoziati lo scorso anno, secondo persone informate sui colloqui. Anche la Commissione europea, che aveva definito immotivate le accuse relative al lavoro forzato, ha accolto con favore i nuovi dazi, ritenendoli conformi agli impegni tariffari presi nell’accordo commerciale raggiunto l’anno precedente e vedendoli come un segnale di miglioramento delle relazioni.

All’interno degli Stati Uniti alcuni osservatori ritengono che l’accusa di lavoro forzato sia strumentale a mantenere il quadro tariffario temporaneo introdotto dall’amministrazione Trump — in particolare un dazio globale del 10% imposto ai sensi della Sezione 122 del Trade Act — il cui termine è vicino dopo la decisione della Corte Suprema che ha annullato le giustificazioni precedenti. Il Peterson Institute ha espresso dubbi sulla tenuta di queste nuove misure in sede giudiziaria.

Il senatore democratico Ron Wyden, durante un’audizione al Congresso, ha accusato la Casa Bianca di voler ricostruire tramite l’USTR dazi globali presumibilmente illegali invocando la lotta al lavoro forzato e ha sottolineato che, se l’amministrazione volesse affrontare seriamente la questione, il primo passo sarebbe esaminare il proprio storico di applicazione delle leggi esistenti.