Il discorso di Donald Trump al Paese segna una nuova fase in vista delle elezioni di midterm di novembre. Secondo Andrew Spannaus, analista politico statunitense e autore del podcast “That’s America – Dietro le quinte degli Stati Uniti”, il presidente sta preparando il terreno per una contestazione del voto, sollevando dubbi sulla sicurezza del sistema elettorale e mettendo in discussione strumenti che potrebbero influire sull’affluenza. In un’intervista all’Adnkronos, Spannaus illustra i rischi concreti, il ruolo di Congresso e tribunali e le possibili implicazioni per la candidatura di Trump nel 2028.
Dal discorso di Trump emerge un segnale in vista delle midterm?
Sì. Nel discorso ha richiamato l’attenzione sulle presunte vulnerabilità del sistema elettorale – dalle macchine di voto elettroniche alla possibile accessibilità dei dati da parte della Cina – ma non ha fornito prove né avanzato accuse specifiche su votazioni passate. Questo suggerisce che l’obiettivo principale sia influenzare le elezioni di novembre.
Trump sta cercando di mettere in discussione il processo elettorale?
L’intento appare quello di condizionare il voto: diffondere dubbi sull’affidabilità del sistema, limitare modalità di voto e promuovere misure che favoriscano i candidati repubblicani. Pur avendo già attaccato il voto per posta e il funzionamento delle procedure elettorali, non dispone di poteri legali per modificare autonomamente le regole o dichiarare uno stato di emergenza che gli permetta di intervenire sul processo.
C’è il rischio che Trump possa tentare di invalidare le elezioni di midterm?
No, non esiste una via per annullare le elezioni: in oltre due secoli nessuna elezione è stata cancellata e le istituzioni statunitensi non sarebbero in grado di sostenere una decisione del genere. Il pericolo reale è invece un tentativo di influenzare le operazioni elettorali — ad esempio mandando agenti federali o la Guardia Nazionale ai seggi, sorvegliando i processi di voto o esercitando pressioni — ma non ha la base costituzionale per invalidare risultati o imporre modalità di voto.
Perché allora esiste una preoccupazione intorno alle elezioni?
Perché si sta osservando una dinamica ricorrente: il presidente prende l’iniziativa, mentre tribunali e Congresso intervengono in seguito. Questo crea incertezza e tensione intorno al voto, anche se alla fine mancherebbe il sostegno istituzionale per azioni straordinarie.
Che ruolo ha il Save America Act nella strategia di Trump?
Formalmente la proposta contiene misure su cui è possibile trovare accordo, come regole sull’identificazione degli elettori; nella pratica, secondo Spannaus, è pensata per limitare il voto di segmenti di popolazione che tendono a votare democratico, con l’obiettivo di spostare vantaggi verso i repubblicani. Tuttavia molti senatori repubblicani esitano a impegnarsi su leggi controverse senza avere i numeri per approvarle.
Quanto pesa il ridisegno dei collegi elettorali?
Il gerrymandering è un fattore determinante: ridisegnando i distretti, in alcuni Stati i repubblicani potrebbero ottenere un vantaggio e riuscire a recuperare seggi alla Camera.
Trump pensa già alle presidenziali del 2028 o è concentrato sulle midterm?
Al momento la priorità sembra essere le midterm: se i democratici dovessero riconquistare la Camera, Trump si troverebbe in una posizione difensiva. Anche variabili economiche e internazionali — come il riaccendersi del conflitto in Iran e la crescita dei prezzi del petrolio, con effetti sui costi dei carburanti — possono influenzare negativamente le prospettive dei repubblicani.
Dopo le elezioni Trump rischia di diventare un’anatra zoppa?
Sì. Se a novembre i risultati penalizzassero i repubblicani, Trump potrebbe ritrovarsi politicamente indebolito e il Partito repubblicano inizierebbe a discutere la successione in vista del 2028. Sarà difficile per lui aggirare vincoli costituzionali o superare eventuali ostacoli istituzionali per presentarsi nuovamente senza confrontarsi con il dibattito interno al partito.