“Washington in Libia preferisce la milizia”, il piano Boulos-Rubio rischia di congelare il potere ai clan

Un incontro diplomatico a Washington ha riacceso il dibattito sul futuro della Libia e sul ruolo degli Stati Uniti nella crisi che da oltre un decennio blocca il Paese. Il 29 giugno, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha ricevuto il tenente generale Saddam Haftar, vicecomandante dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) basato nell’Est e indicato come successore del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Nello stesso periodo, nella capitale americana si trovava anche Abdul Salam al-Zoubi, vice ministro della Difesa del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale. Zoubi ha incontrato funzionari di grado inferiore rispetto a Haftar: il consigliere presidenziale Massad Boulos, il vice comandante di AFRICOM John W. Brennan, membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale e il vice segretario di Stato Christopher Landau.

Da questa diversa accoglienza parte l’analisi di Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative dell’Atlantic Council, in un editoriale pubblicato dal think tank. Mezran sottolinea che, «in diplomazia la forma è sostanza»: il fatto che il rappresentante del governo riconosciuto sia stato ricevuto a un livello inferiore rispetto all’erede di una forza armata che «funziona ancora come una milizia» segnala, secondo l’analista, un pericoloso scambio tra legittimità istituzionale e potere di fatto.

Il piano criticato: “consociativismo familistico”

Al centro delle critiche di Mezran c’è il piano promosso da Boulos, che l’analista definisce una forma di «consociativismo familistico»: un accordo di condivisione del potere che non punta a istituzioni inclusive, ma che formalizza e rafforza reti familiari e clientelari già esistenti. Nel dettaglio, l’intesa prevederebbe che il premier del GNU Abdulhamid Dbeibah — o il nipote Ibrahim — resti in carica, mentre Saddam Haftar assumerebbe la guida di un nuovo consiglio presidenziale. Le elezioni nazionali verrebbero rinviate a una fase successiva non definita.

Secondo Mezran, questo approccio non supererebbe la paralisi politica della Libia, ma la consoliderebbe: «Una transizione bloccata non per caso, ma ingegnerizzata da spoiler interni che contano sulla protezione di patroni stranieri». Dare riconoscimento internazionale al principale di questi attori, osserva, «non interrompe questa logica, la ratifica».

Il malcontento popolare e il paradosso economico

L’editoriale richiama alle elezioni municipali dell’agosto 2025 come indicatore del sentiment popolare: nei 26 comuni in cui si è votato l’affluenza è stata del 71%, nonostante la sospensione del voto nell’Est e nel Sud e attacchi a seggi nell’Ovest. Per Mezran, questo dato riflette più la stanchezza verso accordi imposti dall’alto e negoziati all’estero che un semplice entusiasmo elettorale.

Sul fronte economico, l’analista evidenzia un paradosso: la produzione petrolifera libica ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi dieci anni, ma il potere d’acquisto delle famiglie continua a diminuire. La banca centrale ha svalutato il dinaro due volte in meno di un anno e il paniere alimentare minimo monitorato dal World Food Programme è aumentato di quasi il 20% in dodici mesi. A febbraio si sono verificate proteste in varie città dell’Ovest che chiedevano le dimissioni dell’intera classe politica, ritenuta responsabile del caro-vita.

Una generazione esclusa

Il punto più critico riguarda i giovani: con un’età mediana intorno ai 28 anni e una disoccupazione giovanile prossima al 50%, la Libia rischia di trasferire a una nuova generazione lo stesso sistema di potere fondato su cognomi e reti di influenza, piuttosto che su merito o voto. Per Mezran, uno scenario simile «non è una formula di stabilità, ma una detonazione differita».

L’analista mette anche in dubbio la coesione dei blocchi familiari su cui si basa il piano: Misrata, una volta simbolo di unità dopo Gheddafi, è oggi divisa tra fazioni pro e anti-Dbeibah, mentre nel campo di Haftar cresce il malcontento per la concentrazione del potere nelle mani di Saddam e dei suoi fratelli.

La proposta alternativa

Mezran propone di usare in modo diverso l’influenza americana: legare il riconoscimento e il sostegno degli Stati Uniti a progressi concreti e misurabili verso le elezioni, alla supervisione congiunta delle entrate petrolifere e alla protezione delle istituzioni scelte dai libici alle urne — non alla promozione degli stessi attori che per anni hanno ostacolato questi obiettivi. «La scelta era visibile nella lista degli invitati di questa settimana», osserva. «Washington ha scelto la milizia invece del ministero.»

Nella conclusione, Mezran avverte che l’accordo potrebbe sembrare funzionante nei primi mesi, ma le sue «molteplici contraddizioni strutturali» possono riemergere rapidamente, con il rischio di nuova violenza. Secondo l’analista, la posta in gioco va oltre i confini libici: «Gli Stati Uniti devono comprendere che preservare oggi una stabilità fragile, aumentando il rischio di una crisi molto più grave domani, non è né sostenibile né prudente».