De Pizzo: “L’Atlantico è tornato il centro della storia. E l’Europa rischia il vassallaggio”

Per decenni abbiamo dato per scontato un mare stabile: l’Atlantico che ha sostenuto il Piano Marshall, le rotte commerciali e la protezione americana dell’Europa. Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata verso il Pacifico, il Medio Oriente e la Cina, ma Mario De Pizzo, giornalista del Tg1 e Nonresident Senior Fellow dell’Atlantic Council, sostiene che sia di nuovo l’Atlantico del Nord il teatro strategico decisivo del secolo.

Questa è la tesi di Tempesta. Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico, pubblicato da Luiss University Press con prefazione di Giampiero Massolo. Il libro sarà presentato il 6 luglio al Centro Studi Americani con la partecipazione di Massolo, Giuliano Amato, Luiza Bialasiewicz, Jorn Fleck e Lavinia Spingardi. Non si tratta solo dell’Atlantico come spazio marittimo, ma di una riflessione sull’Occidente dopo la fine del paradigma che lo dava per unitario e garantito: più frammentato, più vulnerabile e esposto a pressioni esterne.

De Pizzo struttura il libro attorno a quattro città simboliche. Reykjavík rappresenta la porta dell’Artico e la centralità della deterrenza sottomarina: lo scioglimento dei ghiacci apre rotte, risorse e pressioni strategiche che portano sotto la superficie la concorrenza di sottomarini di molte marine.

Brest è il laboratorio europeo della deterrenza: la base dei sottomarini francesi solleva la domanda se l’Europa possa difendersi realmente da sola. Il libro mostra come l’autonomia strategica europea sia limitata non solo dalle scelte politiche, ma dalla dipendenza da tecnologie e componenti militari controllati dagli Stati Uniti, con norme come l’ITAR che possono vincolare l’uso di sistemi di armamento.

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New York è il simbolo del multilateralismo in crisi: le Nazioni Unite incarnano l’idea di contenere la forza con il diritto, ma oggi faticano a rispondere alle tensioni. De Pizzo collega questa crisi anche alla trasformazione americana — la retorica America First e la priorità delle sfere d’influenza — che ridisegna il rapporto transatlantico e mette in discussione il ruolo dell’Europa come partner decisivo.

Rabat è la prospettiva più originale del volume: il Marocco viene presentato come promotore di un “Atlantico allargato”. Attraverso iniziative portuali ed energetiche, il Paese cerca di costruire una piattaforma che collega Sahel, Africa, Europa e Atlantico, coltivando al tempo stesso relazioni con attori differenti come Cina, Golfo e Israele.

Un capitolo significativo riguarda la dimensione sottomarina della competizione: il cambiamento climatico modifica la propagazione del suono negli oceani, complicando il tracciamento dei sottomarini. La guerra sott’acqua diventa una sfida di ascolto, dati e algoritmi, in cui l’intelligenza artificiale è uno strumento centrale per riconoscere segnali deboli in ambienti complessi.

Il libro descrive anche minacce estreme e asimmetriche: droni sottomarini a capacità nucleare come il Poseidon, sabotaggi ai cavi sottomarini in fibra ottica, azioni ostili che colpiscono infrastrutture senza aprire un conflitto convenzionale, e forme di guerra ibrida che danneggiano economie e comunicazioni restando sotto la soglia della guerra aperta. In questo contesto emergono anche nuovi tipi di cooperazione, soluzioni “dal basso” per problemi che le organizzazioni internazionali faticano a risolvere.

Massolo, nella prefazione, precisa che il libro non è un requiem per l’Occidente ma una mappa per orientarsi in un contesto più pericoloso e incerto, dove le rotte e le garanzie tradizionali non sono più scontate.

Perché, nonostante l’attenzione al Pacifico, De Pizzo ritiene che il futuro dell’Occidente si giochi di nuovo lungo l’Atlantico?

Perché l’Atlantico rimane l’ossatura economica e militare dell’Occidente: una quota rilevante del Pil globale, una rete di basi, tecnologie, infrastrutture e rotte. Al tempo stesso, la trasformazione della politica estera americana — accentuata dalla retorica Maga e dalla priorità data alle relazioni bilateraliste con grandi potenze — può relegare l’Europa a un ruolo secondario, percepita come dipendente più che come partner pienamente sovrano.

Questa tensione non nasce con Trump: anche sotto amministrazioni precedenti gli Stati Uniti chiedevano maggiore burden sharing e spostavano l’attenzione verso il Pacifico. Il problema per l’Europa è che alla domanda di maggiore responsabilità non è corrisposto uno sviluppo sufficiente della capacità industriale e tecnologica necessaria per essere davvero autonomi.

La dipendenza europea dagli Stati Uniti è dunque politica, tecnologica e militare: molte componenti essenziali della difesa europea sono prodotte o controllate da imprese e normative statunitensi, con conseguenze strategiche concrete.

Da questa dipendenza derivano responsabilità europee: progetti comuni sono stati spesso trascurati o falliti, accentuando la vulnerabilità. Per questo De Pizzo invita a investire in programmi strategici condivisi e di lungo periodo per ridurre la dipendenza, un processo che richiederà anni.

La transizione non è immediata: senza tecnologie statunitensi molte capacità difensive europee oggi sarebbero limitate. Tuttavia, per evitare una condizione di subordinazione, è necessario avviare ora iniziative tecnologiche e industriali comuni che richiederanno tempo e continuità politica.

L’ITAR è un esempio concreto: la legislazione statunitense permette a Washington di controllare l’export e l’uso di tecnologie militari contenenti componenti americani. Ciò si è visto anche nella gestione di equipaggiamenti forniti all’Ucraina, dove l’autorizzazione all’uso è stata condizionata da vincoli tecnologici e politici.

Brest è, nel libro, il simbolo della deterrenza nucleare europea e solleva la questione se la Francia possa offrire un “ombrello” nucleare al continente.

Emmanuel Macron ha evocato la possibilità di estendere la protezione nucleare francese ad altri Paesi europei, ma questo apre questioni dottrinali rilevanti: chi decide l’uso dell’arma nucleare, su quali criteri e con quale continuità politica? Il carattere personale delle decisioni nucleari solleva dubbi sulla stabilità di una simile soluzione.

Alcuni Paesi hanno mostrato apertura verso questa ipotesi, altri meno; soprattutto resta cruciale la continuità politica: dichiarazioni individuali potrebbero non durare oltre il mandato di chi le pronuncia. Inoltre, la definizione degli “interessi vitali” nazionali può essere ambigua in un’Europa economicamente integrata, complicando la legittimità di interventi condivisi.

Un esempio di questa ambiguità: in un’economia transnazionale, un danno a impianti produttivi localizzati in un altro Stato membro potrebbe essere percepito come una minaccia agli interessi vitali nazionali, mostrando le contraddizioni di un continente che fatica a definirsi come soggetto politico unico.

Perché il Marocco assume un ruolo così centrale nella nuova geografia atlantica?

Spesso si parla di Mediterraneo allargato guardando verso l’Asia o il Medio Oriente, ma per Paesi come l’Italia la stabilità del Nord Africa rimane prioritaria per immigrazione, energia e sicurezza. Il Marocco ha costruito una strategia chiara: si presenta come partner atlantico e occidentale ma mantiene capacità di dialogare con diversi attori globali, sfruttando una “geografia aspirazionale”.

Rabat mira a trasformare la propria rete di porti — Tangeri Med, Nador, Dakhla — in piattaforme logistiche e industriali per collegare Sahel, Africa e Atlantico, promuovendo anche il trattamento e la lavorazione di materie prime locali invece dell’esportazione grezza. Questo progetto ha significativo valore economico e strategico.

Tuttavia restano nodi politici: la questione del Sahara Occidentale e la rivalità con l’Algeria possono complicare il ruolo regionale del Marocco. Per Paesi come l’Italia, dipendenti dall’Algeria per l’energia, è importante gestire queste tensioni con attenzione.

L’Artico è l’altra grande frontiera: quali cambiamenti fondamentali stanno avvenendo tra Groenlandia, Giuk Gap e nuove rotte?

L’apertura delle rotte artiche ridisegna la geografia strategica. La Russia cerca di gestire le traversate e impone condizioni, la Cina mostra interesse per quelle vie e l’attivazione stabile di sottomarini di nuove marine sposterà il centro della deterrenza verso il Giuk Gap, corridoio strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito.

In quella regione si incrociano sottomarini di più potenze; l’intero lato sud-occidentale dell’Europa diventa quindi parte della competizione, includendo anche Paesi come il Portogallo e gli Stati dell’area atlantica.

La minaccia russa si manifesta soprattutto a nord, ma le attività navali e di raccolta informazioni si estendono anche al Mediterraneo: navi russe che monitorano, raccolgono dati, testano difese e talvolta danneggiano infrastrutture. Autorità come quelle britanniche hanno reagito pubblicamente per scoraggiare certe azioni.

La percezione del rischio varia molto tra Nord e Sud Europa: i Paesi nordici aumentano spese e preparazione, mentre in alcuni Paesi del Sud la consapevolezza dei rischi — per esempio il valore strategico dei cavi sottomarini — resta bassa, nonostante l’interconnessione degli interessi.

E la Groenlandia? Il tema è ancora vivo, nonostante a volte sembri sparito dai riflettori.

L’interesse per la Groenlandia non è cessato: negli Stati Uniti si discute ancora della sua importanza strategica e il confronto con partner come il Canada rappresenta un’opportunità per l’Europa di coordinare posizioni. Personalità come Mark Carney hanno sottolineato l’importanza dell’azione collettiva transatlantica per sostenere l’ordine liberale.

Anche piccoli contingenti e posture simboliche nella Groenlandia hanno avuto effetti deterrenti, dimostrando che segnali politici e militari possono influire. La Danimarca ha riconsiderato la propria strategia di sicurezza, come è accaduto per la Svezia dopo l’aggressione russa all’Ucraina.

Il quadro generale è quello di un mondo in cui molti attori possono infliggere costi e creare instabilità, ma nessuno riesce più a imporre un ordine stabile e condiviso. Questa crisi d’ordine e sicurezza è la “tempesta” che attraversa il libro. (di Giorgio Rutelli)