I chip stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici: servono misure politiche per evitare interruzioni nella catena di approvvigionamento e i conseguenti rischi per la sicurezza nazionale. Al convegno “La democrazia dei semiconduttori. Potere, innovazione e competitività strategica”, organizzato a Roma dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, esperti di diplomazia e rappresentanti delle istituzioni europee hanno analizzato le sfide legate a questi microcomponenti fondamentali per l’intelligenza artificiale.
«I semiconduttori sono il sistema nervoso della tecnologia», sottolinea l’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale per l’Innovazione e le nuove tecnologie del ministero degli Esteri. Con Taiwan che concentra circa il 90% della produzione, «Ue e Usa devono adottare misure politiche e diplomatiche per garantire la sicurezza delle forniture», perché in un contesto di crescenti tensioni globali è necessario evitare che i chip diventino terreno di scontro tra grandi potenze. «La diplomazia è fondamentale per prevenire crisi», ha spiegato l’ambasciatore all’Adnkronos.
Secondo le stime WSTS, il mercato dei semiconduttori potrebbe superare 1,5 trilioni di dollari in vendite entro il 2026, trainato da infrastrutture per l’intelligenza artificiale e memorie avanzate. Per l’ambasciatore, la gara sui semiconduttori ha chiare implicazioni geopolitiche: l’affidabilità della catena di fornitura è cruciale per la sicurezza economica e richiede decisioni politiche basate su tre elementi chiave: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Nessun Paese può competere da solo in un settore così avanzato.
Rappresentanti della Commissione europea hanno insistito sulla necessità di una strategia multilaterale: «Nessuno Stato europeo può affrontare da solo questi rischi; l’Unione deve costruire partnership internazionali». La dipendenza dalla produzione concentrata a Taiwan espone il sistema a carenze che avrebbero costi enormi. Un funzionario della DG Communications Networks, Content and Technology ha detto che serve equilibrio tra sviluppo e alleanze, rafforzando gli investimenti europei: il gap rispetto ai grandi attori è marcato — circa 52 miliardi di euro investiti in Europa tra pubblico e privato a tre anni dall’European Chips Act, contro cifre molto superiori previste in paesi come la Corea del Sud. Occorre rendere l’Unione più attrattiva per gli investimenti esteri e sviluppare partenariati internazionali, perché gli accordi bilaterali non bastano.
Francesca Maremonti, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), ha evidenziato i rischi della catena di approvvigionamento: la leadership di Taiwan e un ecosistema focalizzato sull’efficienza più che sulla resilienza aumentano la vulnerabilità. Tra i pericoli citati ci sono interruzioni energetiche che colpirebbero un’industria ad alta intensità energetica — come già avvenuto in altri contesti geopolitici — il rischio di escalation se la Cina dovesse intervenire sull’isola e la politicizzazione delle forniture.