Usa-Cina, ‘jianchi’ e l’opera di Xi per la persuasione a lungo termine di Trump

26 settembre 2026 | 16.15

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Il termine «jianchi» (aderire) sintetizza l’obiettivo della recente visita di Xi Jinping a Donald Trump: ottenere piccoli spostamenti verbali nella posizione americana su Taiwan — e, in misura analoga, sul Giappone — che possano però avere effetti più ampi sugli equilibri regionali. La cortesia mostrata dal leader cinese durante l’incontro non ha cancellato il pragmatismo che mira a far transitare gli Stati Uniti dalla tradizionale neutralità verbale su un’eventuale indipendenza di Taiwan a una dichiarazione più netta di opposizione. Si tratta di una politica di passi graduali piuttosto che di scelte radicali. Il vertice ha dimostrato, secondo analisti, che Pechino cerca di indirizzare il racconto delle tensioni nello Stretto attribuendone le cause soprattutto alle azioni di Taipei piuttosto che alle pressioni di Pechino. In cambio di questa disponibilità al dialogo, Xi ha offerto a Trump la prospettiva di «stabilità strategica» e di rapporti reciprocamente vantaggiosi, condizionando però il tutto a una posizione americana giudicata «corretta» e «prudente» su Taiwan, come osservato dal Global Times.

«Auspico che gli Stati Uniti aderiscano alla posizione corretta di opporsi all’indipendenza di Taiwan e gestiscano la questione con prudenza», ha detto Xi nel colloquio con Trump di giovedì, secondo il comunicato diffuso dall’agenzia Xinhua. L’uso di «jianchi» ha portato alcuni osservatori a ritenere che, agli occhi di Pechino, Trump avrebbe già fatto propri alcuni dei «confini» cinesi sulla questione taiwanese. Craig Singleton, analista del programma Cina alla Fondazione per la difesa delle democrazie, ha espresso questa lettura in un’intervista al New York Times. Da parte sua, il ministero degli Esteri taiwanese ha contestato la rappresentazione dei fatti proposta da Pechino, denunciandone una «distorsione».

Un eventuale via libera di Washington a un nuovo pacchetto di armi per Taiwan del valore di 14 miliardi di dollari — che includerebbe missili, sistemi anti-drone e sistemi per la difesa aerea — metterebbe a rischio la fragile distensione tra Pechino e Washington. Lo scorso anno l’amministrazione americana aveva autorizzato un pacchetto da 11 miliardi; Trump stesso ha definito quest’ultimo, dopo il vertice di Pechino, come una «ficha molto efficace nei negoziati con la Cina», ridimensionandone il peso rispetto alle richieste di Taipei e alle aspettative di Pechino.

Gli incontri ripetuti tra i due leader — dopo tre vertici dallo scorso ottobre e con nuovi incontri previsti a margine del vertice Apec a Shenzhen e del G20 a Miami — offrono a Xi l’opportunità di influenzare gradualmente le posizioni di Trump anziché puntare a risultati immediati. Secondo Matt Pottinger, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e ora direttore del Programma Cina presso la Fondazione per la difesa delle democrazie, questi incontri servono anche a sondare le vulnerabilità della posizione americana.

Analoga è la strategia adottata nei confronti del Giappone: nelle conversazioni recenti Xi ha richiamato il ruolo congiunto di Stati Uniti e Cina nella Seconda guerra mondiale e ha descritto l’epoca dell’espansione giapponese come un periodo di aggressione militarista. Con questo approccio Pechino sembra voler rafforzare l’immagine del Giappone come aggressore storico, nella speranza di consolidare dalla sua parte la percezione che l’alleanza con gli Stati Uniti debba essere calibrata rispetto alle attuali relazioni con Tokyo.