Ucraina-Russia, summit Trump-Putin un anno dopo: ‘spirito di Anchorage’ svanito nel nulla e pace ancora lontana

È trascorso un anno dal vertice di Ferragosto alla base aerea di Elmendorf-Richardson ad Anchorage. All’epoca sia Donald Trump sia Vladimir Putin si erano detti soddisfatti, parlando di un possibile avvio di tregua e di un nuovo dialogo: Trump lo definì un incontro molto positivo e suggerì che un successivo summit, eventualmente con la presenza di Volodymyr Zelensky, avrebbe potuto essere decisivo. Il presidente russo, più cauto, lo descrisse come un punto di partenza e sottolineò la ripresa di relazioni «pragmatiche» tra Mosca e Washington. Dopo mesi di richiami allo “spirito di Anchorage”, le attese di un nuovo inizio sono però in gran parte svanite.

La situazione oggi

Il divario tra le parti si è ampliato e l’atteggiamento di Trump è mutato, trasformando l’ottimismo iniziale in scetticismo e in un confronto diplomatico aperto. Se, subito dopo il summit, il presidente statunitense aveva assicurato che Putin voleva “porre fine alla guerra tanto quanto lui”, la Casa Bianca ha poi dovuto confrontarsi con posizioni inconciliabili. La delusione americana si è tradotta in nuove sanzioni contro Mosca e nel mancato rinnovo del trattato New START sulle armi nucleari; da parte russa sono cresciuti i sospetti sulla buona fede di Washington. A giugno il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha espresso apertamente il timore che l’incontro fosse servito solo a guadagnare tempo per rafforzare militarmente l’Ucraina.

La questione territoriale

All’inizio dell’anno gli Stati Uniti avevano promosso negoziati diretti tra Russia e Ucraina su una bozza in 28 punti derivata dai colloqui di Anchorage, poi ridotta a 19 punti. Le trattative si sono però arenate sulla questione centrale: la definizione territoriale. Mosca chiedeva il riconoscimento delle proprie rivendicazioni nel Donbass e la revoca delle sanzioni in cambio del congelamento delle offensive altrove — proposta che Kiev ha rifiutato come accettazione di una resa. L’Ucraina ha chiesto invece un cessate il fuoco immediato lungo la linea del fronte e di rinviare lo status dei territori a negoziati futuri. L’incontro di circa 30 minuti a luglio a Manila tra il segretario di Stato Marco Rubio e Lavrov ha evidenziato il sostanziale fallimento del processo avviato in Alaska: Rubio ha ammesso che saranno necessarie «nuove idee e proposte» condivisibili da entrambe le parti.

La crisi con l’Iran

A complicare il quadro è intervenuto lo spostamento dell’attenzione di Washington sulla crisi con l’Iran scoppiata a fine febbraio. Questo cambio di priorità ha ridotto lo spazio politico per la mediazione in Europa orientale, lasciando aumentare la convinzione, su entrambi i fronti, che solo la forza militare possa modificare i rapporti di forza utili al tavolo dei negoziati. La frase pronunciata da Trump in Alaska — «Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo» — si è rivelata al contrario profetica: in assenza di un’intesa formale, lo stallo diplomatico è degenerato in una pericolosa escalation militare.

Lontano dalle speranze di Anchorage, il conflitto è diventato una guerra di logoramento ad alta intensità. Analisti citati dall’AFP riferiscono che lo “spirito di Anchorage” si è ormai dissolto, lasciando spazio a una crescente escalation. Entrambe le parti sembrano ritenere che la pressione militare sul terreno sia l’unica leva per ottenere concessioni future, mentre il fallimento della diplomazia ha fatto aumentare violenza e vittime civili a livelli che non si vedevano dalle prime fasi dell’invasione.

Militarmente, la Russia ha intensificato i raid missilistici sulle città ucraine e ha ostacolato le esportazioni dal Mar Nero colpendo infrastrutture portuali; le forze terrestri continuano l’offensiva per occupare interamente il Donbass e la fascia costiera nota come Novorossija, sotto la supervisione del generale Valery Gerasimov. In risposta, Kiev ha lanciato campagne di attacchi a lungo raggio su impianti energetici e depositi russi, determinando una crisi di approvvigionamento di carburante su scala nazionale e inducendo le autorità occupanti a dichiarare lo stato di emergenza nella penisola di Crimea.

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