“Diminuisce il numero di giovani che non studiano e non lavorano, ma resta ampia la distanza tra le competenze disponibili e quelle ricercate dalle imprese. Non basta, infatti, insegnare come trovare lavoro, bisogna preparare a crearlo”. Parola di GianMarco Ingafu’ Del Monaco, presidente della Federazione nazionale startup e di Startmeup Aps. “Per anni – spiega – abbiamo pensato che il compito della scuola fosse accompagnare gli studenti verso un mestiere già definito. Oggi, però, molti dei lavori che svolgeranno non esistono ancora, o cambieranno profondamente nel giro di pochi anni. Dobbiamo passare da un orientamento basato sulla scelta di una professione a un’educazione che insegni ad agire: osservare la realtà, individuare un bisogno, prendere decisioni, collaborare e adattarsi agli imprevisti”.
Educazione finanziaria, capacità decisionale e competenze da portare in classe
Secondo l’indagine Ocse Pisa 2022, i quindicenni italiani hanno ottenuto un punteggio medio di 484 nell’alfabetizzazione finanziaria, sotto la media Ocse di 498. Circa il 18% non raggiunge nemmeno il livello base di competenza. Dal 2024 l’educazione finanziaria è entrata nell’insegnamento dell’educazione civica: un passo nella direzione giusta, ma non sufficiente se rimane teoria. “Comprendere un costo – afferma Ingafu’ Del Monaco – valutare la sostenibilità di un’idea, gestire risorse limitate: non sono competenze riservate a chi vuole fare impresa. Aiutano i giovani a prendere decisioni più consapevoli nella vita quotidiana”.
Il punto è più ampio. Un’educazione imprenditoriale efficace non inizia con un’idea di business ma inizia con la capacità di guardare la realtà: riconoscere un bisogno concreto, raccogliere informazioni, capire dove e perché qualcosa non funziona. Prima ancora di immaginare un prodotto, bisogna imparare a fare le domande giuste.
Da lì si costruisce: definire un obiettivo, organizzare il lavoro, distribuire i ruoli, rispettare le scadenze. Capacità trasversali, utili in qualsiasi professione. C’è infine il rapporto con l’errore. A scuola serve a individuare ciò che va corretto; nell’innovazione, testare un’ipotesi e scoprire che non funziona è parte del processo. Le due logiche non si escludono: il rigore della preparazione può convivere con la possibilità di sperimentare. “Non possiamo chiedere ai giovani – dice Ingafu’ Del Monaco – di essere innovativi senza offrire loro occasioni in cui imparare a decidere anche quando non esiste ancora una risposta certa. Insegnare imprenditorialità significa creare uno spazio protetto in cui sperimentare, assumersi responsabilità, sbagliare e ricominciare”.
Dal sapere al saper agire
E’ su questo principio che opera Startmeup Aps, organizzazione non profit dedicata all’educazione imprenditoriale, civica e digitale nelle scuole secondarie italiane. Il percorso utilizza la simulazione d’impresa come strumento didattico: gli studenti non sono chiamati necessariamente a creare aziende reali, ma a identificare problemi, sviluppare soluzioni, organizzare il lavoro in team e presentare i propri progetti. Il programma si sviluppa dal terzo al quinto anno delle scuole superiori ed è allineato al Sillabo del ministero dell’Istruzione per l’educazione imprenditoriale e ai framework europei EntreComp e DigComp.
Secondo i dati comunicati dall’organizzazione, in meno di due anni Startmeup ha coinvolto oltre 4.000 studenti, più di 15 università e un network composto da oltre cento realtà tra aziende, startup, pmi, incubatori e acceleratori, attivando iniziative in Lazio, Lombardia, Campania, Sicilia e Marche. L’obiettivo è integrare il lavoro già svolto dalle scuole, mettendo a disposizione degli studenti ulteriori occasioni per applicare le conoscenze acquisite, confrontarsi con situazioni concrete e comprendere meglio le trasformazioni del mondo professionale.
“L’educazione imprenditoriale – osserva Ingafu’ Del Monaco – non può essere una possibilità riservata agli studenti che vivono vicino a un grande incubatore o frequentano una scuola con maggiori risorse. Deve diventare un’infrastruttura educativa accessibile, continuativa e indipendente, capace di affiancare il lavoro degli insegnanti e creare collegamenti più solidi tra scuola, università e imprese. Il futuro professionale dei ragazzi non dovrebbe dipendere dal loro codice postale o dalla possibilità di incontrare casualmente determinate opportunità”.
(di Sabrina Rosci)
(Adnkronos – Lavoro)
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