Decine di migliaia di giovani hanno riempito la Piazza degli Eroi di Budapest e le strade attorno per un concerto di massa organizzato alla vigilia delle elezioni. L’evento, durato circa sette ore e con piu di cinquanta artisti e band sul palco, e stato presentato come una mobilitazione per chiedere cambiamento politico: secondo alcune stime la partecipazione e stata di centomila persone, inclusi spettatori in streaming.
Tra i presenti c’erano molti giovani al loro primo voto, che hanno espresso speranza per un cambiamento e sostegno a Peter Magyar, l’ex esponente di Fidesz che ha fondato Tisza dopo lo strappo con Viktor Orban. I cori della folla hanno richiamato slogan storici come “Ruszkik haza!”, usato oggi come invito a ridurre l’influenza russa nel Paese.
I sondaggi recenti mostrano un forte consenso giovanile per Tisza: un’indagine indica che il 65% degli under 30 preferirebbe Magyar, contro il 14% a favore dell’attuale premier. Negli ultimi comizi della campagna e previsto il comizio di Magyar a Debrecen e quello di Orban nella piazza della capitale che ieri e stata teatro della grande manifestazione di giovani.
L’endorsement di Trump a Orban
Intanto l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicamente sostenuto Viktor Orban, invitando gli ungheresi ad andare a votare per lui e definendolo <
Trump ha anche sottolineato che, a suo avviso, i rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Ungheria sarebbero migliorati durante il suo mandato in parte grazie all’azione di Orban, e ha espresso la volonta di proseguire la collaborazione con il leader ungherese se ricandidato.
Il sostegno di figure internazionali come Trump si inserisce in una campagna gia fortemente polarizzata, ma osservatori notano che endorsement esterni possono avere effetti limitati sull’elettorato locale, soprattutto quando questi appoggi risultano divisivi.
L’analista Vegh: “Con Magyar elettori stanchi di Orban e dell’opposizione”
L’Europa osserva con attenzione le elezioni ungheresi, che potrebbero interrompere sedici anni di governo di Viktor Orban. Analisti indipendenti segnalano che Peter Magyar appare in vantaggio nei sondaggi, ma che la strada verso una vittoria effettiva resta complessa, anche per le trasformazioni istituzionali realizzate dal sistema di potere orbaniano.
Secondo Zsuzsanna Vegh, esperta del German Marshall Fund e ricercatrice associata dell’European Council on Foreign Relations, Magyar ha costruito la sua candidatura imparando dagli errori del passato: si e rivolto direttamente all’elettorato di centrodestra, ha condotto una campagna capillare e ha raccolto il ritiro di molti candidati dell’opposizione a suo favore. Questo approccio lo ha reso una figura in grado di unire elettori anti-regime piu che partiti diversi, trasformando il suo movimento in una formazione ampia e composita, in parte basata sul voto di protesta.
Un eventuale governo Magyar segnerebbe un cambiamento nei toni verso Bruxelles: Vegh prevede un impegno rinnovato dell’Ungheria nei confronti dell’Unione europea e una maggiore collaborazione, pur sottolineando che Magyar non e un federalista convinto ma rimane un politico nazionalista e conservatore orientato alla sovranita nazionale. Si ipotizza anche un allontanamento dalle posizioni di veto che spesso sono state interpretate come legate a interessi russi.
Tra le priorita esterne attese ci sarebbero temi come migrazione, accesso ai fondi europei per il prossimo ciclo di bilancio 2028-2034 (con particolare attenzione all’agricoltura) e i rapporti con l’Ucraina riguardo alla minoranza ungherese. Vegh nota che la nuova leadership potrebbe mostrare maggiore apertura verso la diversificazione energetica e l’allontanamento dalla dipendenza dalle forniture russe, pur mantenendo posizioni rigorose su alcune questioni nazionali.
Sulla politica verso Kiev, la posizione di Magyar appare cauta: potrebbe aumentare il sostegno finanziario all’Ucraina ma restare piu prudente sul versante degli aiuti militari. Sull’eventuale adesione dell’Ucraina all’Ue, Magyar propende per un percorso basato sul merito e propone di sottoporre la questione a un referendum nazionale, consapevole della forte propaganda anti-ucraina diffusa negli ultimi anni.
A livello regionale, Magyar punta a rafforzare la cooperazione nell’Europa centrale e a rivitalizzare il Gruppo di Visegrad (V4), cercando rapporti pragmatici con Polonia e Repubblica Ceca, mentre i rapporti con la Slovacchia potrebbero rimanere tesi su questioni relative alla minoranza ungherese.
Vegh osserva inoltre che Magyar ha evitato appoggi internazionali per non alimentare accuse di essere manovrato da interessi stranieri, una strategia opposta a quella di Orban, che ha invece ricevuto sostegni esterni. Questo approccio riflette la sensibilita dell’elettorato rispetto alle ingerenze esterne nella politica nazionale.
L’analista mette in guardia anche dall’influenza russa, definita sottile e a lungo termine: i legami tra il governo ungherese e il Cremlino rappresentano un asset per Mosca, che agisce in parte “dietro le quinte” attraverso narrazioni e media vicini al potere. Vi sono segnalazioni, ancora da verificare, di consulenze e contatti tra funzionari russi e ambienti governativi ungheresi.
Sull’episodio degli zaini esplosivi trovati vicino a un gasdotto in Serbia, Vegh riferisce che molti osservatori lo hanno interpretato come un’operazione malriuscita o una false flag, e che le autorita serbe non hanno fornito una narrazione chiara che collegasse l’episodio ad altri attori esterni.
Nonostante il clima di polarizzazione e il controllo dei media da parte di Fidesz, l’analista riconosce il ruolo dei giornalisti e degli organi indipendenti nel mantenere viva un’informazione alternativa, seppur sotto pressione. Questo ha reso meno automatico il dominio narrativo del governo sui fatti di cronaca e di politica.
Vegh illustra anche scenari possibili in caso di contestazione dei risultati elettorali: dalle impugnazioni legali e riconteggi localizzati alla ripetizione di voti in singoli collegi, fino a ipotesi estreme in cui il partito al governo non accetti il risultato e tenti di mantenere il potere illegalmente. Quest’ultimo scenario avrebbe gravi conseguenze economiche e politiche, compresa la perdita di fiducia dei mercati, un possibile crollo della moneta e tensioni con l’Unione europea.
Se Tisza vincesse ma senza i due terzi dei seggi necessari per modificare la costituzione, il nuovo esecutivo troverebbe ostacoli significativi nelle istituzioni chiave rimaste influenzate dall’era Orban: presidenza, Corte costituzionale, procuratore, Banca nazionale e Corte dei conti potrebbero fungere da fattori di veto. Tra le prime prove pratiche per un nuovo governo ci sarebbe l’approvazione del bilancio entro marzo 2027, un processo su cui potrebbero concentrarsi scontri istituzionali rilevanti.
Viceversa, una vittoria di Orban per un quinto mandato porterebbe probabilmente a un ulteriore rafforzamento della linea seguita finora, con limitate possibilita di scostarsi da scelte che hanno caratterizzato la sua politica estera e interna. Vegh sottolinea che difficili scelte interne, ad esempio la rimozione di ministri vicini a Mosca, sarebbero complicate sia per ragioni politiche sia per le possibili reazioni esterne.
Per quanto riguarda l’Unione europea, l’esperta ritiene che Bruxelles abbia gestito con cautela il periodo elettorale, evitando interventi diretti nella campagna. Questo approccio e stato giudicato opportuno per non alimentare la narrativa anti-Ue del governo ungherese, pur riconoscendo che alcune decisioni nazionali di Budapest, come il rifiuto di sostenere certi pacchetti di aiuti, hanno complicato i rapporti e messo in difficolta partner come l’Ucraina.
