Le elezioni di metà mandato sono storicamente uno degli appuntamenti più difficili per un presidente in carica e spesso rappresentano un banco di prova negativo per la sua amministrazione. Anche Donald Trump ne è consapevole: con sondaggi sfavorevoli sta cercando di convincere l’elettorato repubblicano a votare il 3 novembre come se il suo nome fosse sulla scheda. Per mobilitare una base che i sondaggi mostrano poco entusiasta, ha proposto perfino un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto nel caso il Gop mantenesse il controllo di Camera e Senato, una misura costosa e senza un piano di finanziamento definito. La storia elettorale aiuta a capire le sue preoccupazioni: dalla Seconda guerra mondiale, in 18 delle 20 midterm il partito del presidente ha perso seggi alla Camera dei Rappresentanti.
Le midterm hanno radici che risalgono ai primi anni della Repubblica: le prime si tennero nel 1790-1791, durante la presidenza di George Washington, quando il panorama politico era ancora in formazione e il congresso era diviso tra sostenitori e oppositori dell’amministrazione. La prima grande competizione tra i partiti come li conosciamo oggi arrivò più tardi; nel 1858, sotto James Buchanan, il neonato Partito Repubblicano — fondato quattro anni prima — guadagnò più seggi dei Democratici pur senza ottenere la maggioranza assoluta alla Camera. Nel periodo moderno il bilancio per i partiti presidenziali è stato generalmente negativo: tra il 1934 e il 2022, il partito alla Casa Bianca è riuscito a guadagnare seggi alla Camera solo in tre occasioni — nel 1934 con Franklin D. Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002 con George W. Bush.
Negli ultimi decenni ci sono stati casi emblematici. Nel 1990 i Repubblicani guidati da George H.W. Bush persero otto seggi alla Camera e uno al Senato, in un contesto di difficoltà economiche. Quattro anni dopo, a metà del primo mandato di Bill Clinton, i Democratici subirono una pesante sconfitta: persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato, consegnando il controllo di entrambe le Camere ai Repubblicani. Fu la cosiddetta “rivoluzione repubblicana” guidata da Newt Gingrich e dal Contract with America, favorita anche dalle difficoltà di Clinton sulla riforma sanitaria e dalla mobilitazione dell’elettorato conservatore.
Clinton riuscì però a invertire la tendenza nel 1998: nonostante lo scandalo legato a Monica Lewinsky e la procedura di impeachment, i Democratici guadagnarono quattro seggi alla Camera, sostenuti da una economia solida e dalla reazione dell’opinione pubblica all’offensiva repubblicana. Nel 2002 George W. Bush beneficiò della mobilitazione patriottica dopo gli attentati dell’11 settembre, con i Repubblicani che ottennero otto seggi alla Camera e due al Senato, riconquistando quest’ultimo. Si trattò dell’ultima volta in cui il partito del presidente guadagnò seggi in entrambe le Camere durante midterm. Nel 2006, invece, il malcontento per la guerra in Iraq, la gestione dell’uragano Katrina e gli scandali politici portarono a pesanti perdite per i Repubblicani (30 seggi alla Camera e sei al Senato), permettendo ai Democratici di riprendere il controllo del Congresso.
Per Barack Obama il verdetto fu particolarmente severo nel 2010: in piena crisi post-recessione e con la mobilitazione del movimento Tea Party contro l’Obamacare, i Democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato; Obama descrisse quel risultato come una “legnata” (shellacking). Nel 2014 il partito presidenziale subì un’altra contrazione significativa, con 13 seggi persi alla Camera e nove al Senato, consolidando il controllo repubblicano su entrambe le Camere e riflettendo il fenomeno noto come “six-year itch”, secondo cui il partito alla Casa Bianca tende a essere punito a metà del secondo mandato.
Anche Donald Trump non sfuggì a questa dinamica nel 2018: i Democratici conquistarono 41 seggi alla Camera, riprendendone il controllo grazie soprattutto alla mobilitazione degli elettori contrari al presidente e ai guadagni nei distretti suburbani; i Repubblicani però ottennero due seggi al Senato sfruttando una mappa elettorale favorevole. Nel 2022 Joe Biden riuscì sorprendentemente a contenere le perdite: i Democratici persero nove seggi alla Camera ma ne conquistarono uno al Senato, mantenendo il controllo di quest’ultimo. A influire furono la mobilitazione dopo la sentenza della Corte Suprema che aveva cancellato la protezione costituzionale dell’aborto e le preoccupazioni per candidati repubblicani che mettevano in dubbio la legittimità delle elezioni del 2020.
La natura punitiva delle midterm è stata osservata da molti presidenti. Harry Truman, commentando la pesante sconfitta del 1946, paragonò la presidenza al “cavalcare una tigre”: bisogna continuare a farlo o si viene divorati, e nelle midterm il pubblico sembra sempre pronto a punire il leader. Lyndon B. Johnson, dopo le perdite del 1966 collegate anche alla crescente opposizione per la guerra in Vietnam, fu ancora più caustico: ricordò che un giorno si è acclamati e il giorno dopo si diventa bersaglio, perché gli elettori votano spesso in base alla rabbia del momento piuttosto che per gli atti compiuti in passato.